Gemini Man

Il nostro parere

Gemini Man (2019) USA di Ang Lee


Un sicario governativo di prim’ordine decide di appendere il fucile al chiodo dopo una missione andata quasi storta. Peccato che i suoi capi non la prendano benissimo e decidano che è diventato un problema da eliminare. A dargli la caccia ci pensa una sua versione più giovane, un clone con le stesse micidiali capacità ma senza il peso degli anni e una coscienza in via di sviluppo. Tra inseguimenti mozzafiato e rivelazioni scottanti, si cerca di capire chi tira le fila di questo strano gioco al massacro.


Il tentativo di lanciare una nuova saga action-sci-fi con “Gemini Man” non decolla proprio alla grande. Il film ondeggia tra il cinecomic e lo spy-movie con una spruzzata di fantascienza, ma senza portare molta aria fresca. Sebbene il regista Ang Lee si inventi coreografie interessanti, tipo una scazzottata con una moto usata come arma, la sua originalità si ferma lì. La trama sa di già visto, materiale pulp riciclato che promette scintille ma si conclude con un pirotecnico “ni”.

L’idea stuzzica la curiosità. Ci aggiungiamo una manciata di cliché come corruzione governativa, loschi intrighi e una pseudo-storia d’amore con un’agente, e il gioco sembra fatto. Peccato che la somma degli elementi non faccia un granché. Gli sceneggiatori, uno dei quali reduce dal Trono di Spade, non si sono sforzati molto nel dare spessore ai personaggi, che sembrano usciti da un casting per un film Marvel o una scopiazzatura di Jason Bourne. Il rapporto tra il protagonista e il suo clone non graffia, appesantito da battute facilotte e scambi di testosterone. Il film non sa bene se vuole essere un thriller pop-corn o qualcosa di più esistenziale, finendo per non convincere del tutto in nessuno dei due ruoli.

Will Smith interpreta Henry Brogan, il miglior asso nella manica del governo quando c’è da fare un lavoro sporco. Con un fucile di precisione fa miracoli, tipo centrare un bersaglio su un treno in corsa da chilometri di distanza. Dopo un’azione che lo lascia perplesso, decide di ritirarsi, ma sa cose che non dovrebbe sapere. Il suo ex capo, Clay Verris (Clive Owen), lo considera un pericolo. Clay è invischiato fino al collo con i pezzi grossi delle operazioni segrete e mette in chiaro che, se non “eliminano” Henry, farà entrare in scena “Gemini”. Henry smascherà subito la prima agente mandata a pedinarlo, la ligia Danny Zakarweski (Mary Elizabeth Winstead). Da lì in poi, si scatena l’inferno. Henry si ritrova in fuga con Danny, inseguito in giro per il mondo da Junior (sempre Smith), il pupillo/figlio adottivo di Clay, che guarda caso è una versione ringiovanita di trent’anni dell’assassino, con tutte le sue abilità ma senza le debolezze dell’età e di una coscienza nascente.

Non è la prima volta che vediamo un personaggio ringiovanito digitalmente – la Marvel ci prova da anni con risultati altalenanti – ma questo tentativo sembrava il più ambizioso. Purtroppo, la tecnologia, pur avendo fatto passi da gigante, non è ancora perfetta. Il giovane Smith è più credibile della giovane Carrie Fisher in Rogue One, ma a volte la faccia appare squadrata, a macchie e plasticosa. In alcune scene, da certe angolazioni, l’illusione funziona, ma ci sono troppi difetti che distraggono lo spettatore. Questo ricorda perché è meglio centellinare le apparizioni dei “synthespian”. Più li vediamo, più diventa palese la loro natura artificiale.

Tutto sommato, “Gemini Man” regala qualche momento divertente e sequenze d’azione notevoli, inclusa la già citata lotta con la moto. Ma tra un inseguimento e l’altro ci sono dei cali di ritmo e l’esposizione si fa troppo pesante. Alla fine, si ha la sensazione di un “tutto qui?”, come se il film non fosse riuscito a sfruttare appieno il suo potenziale. Se Will Smith è alla ricerca di un nuovo franchise da chiamare suo, forse deve continuare a cercare.

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