Amata
Amata (2025) ITA di Elisa Amoruso
Nunzia, diciannove anni e una vita ancora da scrivere tra le aule universitarie, si ritrova a gestire l’irruzione di una maternità non cercata che decide di non assecondare, scegliendo la via del parto in anonimato. Sul versante opposto, Maddalena abita una Roma alto-borghese dove il successo professionale nell’ingegneria non colma il vuoto lasciato da una biologia che rifiuta di generare, nonostante i tentativi con il marito Luca. Le due donne non si sfiorano mai, ma le loro orbite collidono attorno a una neonata, Margherita, punto di congiunzione tra chi rinuncia per sopravvivere e chi accoglie per rinascere. Il racconto si dipana così lungo i binari di questa staffetta esistenziale, dove il dono di una diventa l’ultima spiaggia dell’altra.
Scrivere di Amata significa confrontarsi con un’opera che elegge il participio passato a condizione ontologica: essere stati amati, o non esserlo stati abbastanza, come motore primo di ogni scelta. Elisa Amoruso abbandona le patine più rutilanti dei suoi lavori precedenti per immergersi in una dialettica dei corpi che è, prima di tutto, una questione di spazio e inquadratura. C’è una tensione quasi epidermica nel modo in cui la macchina da presa pedina Nunzia; qui la regia sembra rubare al documentario quella sporcizia estetica necessaria a raccontare la periferia, trasformando i movimenti nervosi di Tecla Insolia in una danza solipsistica che trova il suo apice nel buio di una discoteca. È un cinema che respira attraverso i pori della pelle, dove la scelta di non essere madre non viene processata moralmente, ma mostrata come un’urgenza di auto-conservazione.
Dall’altro lato, la simmetria del racconto ci porta nel perimetro di Maddalena, dove la regia cambia registro, facendosi più statica, quasi opprimente, per restituire il senso di un’architettura domestica che è diventata una prigione di desideri frustrati. Il merito estetico più interessante risiede nel montaggio analogico: non occorre che le due protagoniste condividano lo schermo perché lo spettatore ne avverta la connessione; basta un riflesso su un vetro o l’eco di una nota di pianoforte di Luca a creare quel gioco di specchi in cui l’una è l’ombra necessaria dell’altra. Sebbene la sceneggiatura di Ilaria Bernardini talvolta ceda alla tentazione di sottolineare troppo i nodi emotivi con dialoghi fin troppo espliciti, il film recupera la sua nobiltà quando si affida alla pura visione. Penso all’uso della luce, che filtra negli appartamenti romani con una malinconia che ricorda certe atmosfere di Capuano, o alla scelta musicale di affidare a Battiato il compito di tradurre in suono l’indicibile. In questi frammenti, Amata smette di essere un caso di cronaca per farsi indagine sulla “dannata innocenza”, riuscendo a raccontare la maternità non come un destino biologico, ma come un atto di volontà, o una sua dolorosa assenza, che si legge solo nel fondo di uno sguardo.
