Balls up

Il nostro parere

Balls up (2026) USA di Peter Farrelly


Elijah, un designer geniale ma socialmente goffo, inventa un profilattico rivoluzionario che promette una copertura anatomica totale, ribattezzato audacemente Testicle Sentinel. Insieme a Brad, un venditore dalla parlantina instancabile, vola in Brasile per convincere il Ministero del Turismo a rendere il prodotto lo sponsor ufficiale del Mondiale 2025. Una rissa catastrofica con la mascotte della ditta durante la finale tra Brasile e Argentina trasforma però la loro missione commerciale in una fuga disperata. I due soci si ritrovano braccati da tifosi inferociti e autorità locali in una nazione che li ha eletti a nemici pubblici numero uno.


C’era un tempo in cui Peter Farrelly usava i fluidi corporei per scardinare il perbenismo borghese; oggi sembra usarli solo per timbrare il cartellino in favore degli algoritmi delle piattaforme streaming. La visione si trascina attraverso una messa in scena che confonde il dinamismo con il disordine, dove la profondità di campo è sacrificata sull’altare di una fotografia patinata che rende il Brasile meno autentico di un parco a tema di quart’ordine. La macchina da presa pedina i protagonisti con un’insistenza quasi molesta, ma non riesce mai a catturare quel tempismo comico che nasce dal rapporto tra corpo e spazio, limitandosi a registrare una serie di collisioni fisiche prive di vera grazia cinematografica. Mark Wahlberg attraversa la pellicola con l’espressione di chi sta cercando mentalmente di ricordare se ha spento il gas a casa, offrendo una performance talmente energica da risultare quasi asfissiante, priva di quelle sfumature necessarie a rendere credibile il suo ruolo di genio del marketing.

Paul Walter Hauser, d’altro canto, è costretto in un vestito troppo stretto: la sua precisione nell’uso del volto e della voce viene costantemente schiacciata da una regia che preferisce l’urlo al sottotesto, il montaggio sincopato alla costruzione dell’inquadratura. Le sequenze che dovrebbero trasmettere l’adrenalina della fuga sono risolte con una grammatica visiva talmente pigra da far sembrare ogni vicolo di Rio uguale al precedente, annullando qualsiasi senso di geografia e pericolo. Il grottesco, che un tempo era il marchio di fabbrica del regista, qui appare come un rimasuglio d’archivio, inserito senza una logica estetica che ne giustifichi la presenza se non per soddisfare un pubblico che si immagina ancora eccitabile davanti a una battuta sui genitali. La narrazione procede per inerzia, un susseguirsi di gags che non si incastrano mai in un disegno coerente, lasciando lo spettatore con la sgradevole sensazione di osservare un autore che tenta disperatamente di citare se stesso senza averne più la voglia o, peggio ancora, la necessità poetica.

 

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