Testa o croce

Il nostro parere

Testa o croce (2025) ITA di Matteo Zoppis, Alessio Rigo de Righi


Nell’agro pontino di fine Ottocento, il mito americano sbarca sotto forma di circo barnum con il Wild West Show di Buffalo Bill. Qui Santino, buttero locale dall’orgoglio antico, sfida i cowboy d’oltreoceano conquistando il cuore di Rosa, prigioniera di un matrimonio aristocratico e violento. Un colpo di pistola trasforma la loro attrazione in una fuga disperata attraverso paludi e acquitrini selvaggi. Inseguiti dal leggendario colonnello Cody e dalle guardie regie, i due amanti diventano i protagonisti di una ballata popolare dove la verità storica sfuma inevitabilmente nella leggenda.


Il cinema di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi continua a scavare in quella terra di mezzo dove il documento etnografico incontra la allucinazione mitopoietica. Con questo nuovo lavoro, i due registi operano una trasfigurazione geografica affascinante: la Maremma e il Lazio non sono semplici controfigure del West, ma diventano uno spazio pittorico che sembra scaturire direttamente dalle tele dei Macchiaioli o dalle sfumature incendiarie di William Turner. La macchina da presa accompagna la fuga dei protagonisti con carrellate laterali, trasformando la corsa a cavallo in un’esperienza contemplativa che ricorda la staticità dinamica di Caspar David Friedrich. Non siamo di fronte alla polvere canonica dello spaghetti western leoniano, bensì a un’estetica del fango e dell’acquitrino, dove la natura lussureggiante e umida avvolge i corpi di Alessandro Borghi e Nadia Tereszkiewicz in un abbraccio quasi ancestrale.

L’ingresso in scena di John C. Reilly, nei panni di un Buffalo Bill che sembra uscito da un romanzo di dime novel, introduce una riflessione metalinguistica sul potere della narrazione. Reilly recita con una consapevolezza istrionica, incarnando un manipolatore di simboli che preferisce “stampare la leggenda” piuttosto che accettare la mediocrità del reale. Eppure, proprio in questa ambizione di fondere la cronaca con il fantastico, il film accusa talvolta dei passaggi a vuoto. La sovrapposizione tra la realtà storica del brigantaggio post-risorgimentale e gli inserti di una fiaba nera non appare sempre organica, portando l’opera a smarrire il proprio ritmo interno in eccessivi indugi onirici. Ci sono momenti in cui il racconto sembra girare a vuoto, perdendosi in un simbolismo che confonde lo spettatore invece di ammaliarlo, rendendo la transizione tra l’astrazione poetica e la linearità del genere meno fluida di quanto le premesse lasciassero sperare.

Questa incertezza strutturale è in parte compensata da una gestione dei volumi e delle luci che testimonia maturità visiva. L’uso di mascherine che richiamano le origini del cinematografo, da Edwin S. Porter al cinema muto, non è un semplice vezzo citazionistico, ma un tentativo alchemico di ricomporre una memoria cinematografica frammentata. Nadia Tereszkiewicz regala al suo personaggio una modernità vibrante, emergendo come la vera forza motrice di un’opera che decostruisce l’eroismo maschile per consegnarci una figura femminile complessa, nascosta tra le pieghe di una storia orale mai del tutto decifrabile, sebbene la narrazione inciampi talvolta in una rarefazione eccessiva.

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