Don Camillo
Don Camillo (1952) ITA di Julien Duvivier
Nell’estate del 1946, la polvere della Bassa Padana si solleva per annunciare un nuovo ordine: Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, guida i comunisti alla vittoria elettorale. Per il focoso parroco Don Camillo, la notizia è un fiele che solo i colloqui diretti con il Cristo dell’altare possono stemperare. Tra scioperi, battesimi contesi e vecchie ruggini partigiane, i due rivali ingaggiano un duello quotidiano fatto di colpi bassi e inaspettate solidarietà, vegliati dal giudizio severo ma ironico di un Gesù che conosce bene i loro cuori.
Affacciarsi oggi su Don Camillo significa riscoprire un Julien Duvivier lontano dai suoi consueti sguardi plumbei sul mondo, capace qui di pennellare una commedia che è in realtà un’antropologia visiva dell’Italia del dopoguerra. Il regista francese, maestro della composizione d’insieme, riesce a trasformare il villaggio di Brescello in un teatro dell’assurdo dove la dialettica politica si fa carne, ossa e schiaffoni. La narrazione procede per quadri quasi autonomi, una scelta che riflette l’origine letteraria di Guareschi, ma che Duvivier cuce insieme attraverso una gestione dello spazio scenico magistrale.
Il segreto che rende questo film un miracolo di equilibrio cinematografico non risiede, però, tanto nella regia o nella sceneggiatura, quanto nell’alchimia quasi sovrannaturale tra Fernandel e Gino Cervi. È una danza di sguardi, grugniti e silenzi che trascende la recitazione per farsi vita vera. Fernandel, con quella sua “faccia da cavallo” capace di passare in un istante dal furore mistico alla tenerezza più profonda, trova in Cervi il contrappunto perfetto: un Peppone massiccio, fiero, ma con una fragilità che emerge prepotente ogni volta che deve fare i conti con la propria coscienza o con l’autorità morale del suo avversario.
Ogni loro scontro è una celebrazione dell’umanità. La maestria degli attori sta nel farci percepire che, sotto la scorza della rivalità ideologica, pulsa una stima reciproca nata nelle trincee e nel fango della vita quotidiana. Quando sono in scena insieme, lo spazio si elettrizza; non sono solo due maschere che si sfidano, ma due metà della stessa anima italiana del dopoguerra. Il film si regge su questa tensione costante, un elastico che si tende fino quasi a spezzarsi per poi riavvicinarli sempre in un abbraccio non detto. È un’opera che parla di un’amicizia così profonda da non aver bisogno di essere ammessa, capace di trasformare un piccolo borgo padano in un palcoscenico universale dove la dignità dell’uomo vince sempre su ogni tessera di partito.
