Un piccolo favore

Il nostro parere

Un piccolo favore (2018) USA di Paul Feig


La vita di Stephanie, una mamma single iperattiva e vlogger di provincia, viene travolta dall’incontro con Emily, una sofisticata e misteriosa donna in carriera. Nonostante le differenze abissali, le due stringono un’amicizia intensa scandita da martini ghiacciati, finché Emily scompare improvvisamente nel nulla dopo aver chiesto a Stephanie un banale favore. Da quel momento, la ricerca della verità trascina la protagonista in un vortice di segreti oscuri, rivelazioni scioccanti e inganni mortali che mettono in discussione l’identità stessa della sua amica scomparsa.


Paul Feig abbandona le velleità puramente demenziali per confezionare un’opera che gioca con i generi come un prestigiatore esperto, richiamando fin dai titoli di testa grafici, curati da David Clayton, quell’estetica minimalista e angolare che fu cara a Saul Bass. È un’opera che non nasconde le proprie radici cinefile, evocando le atmosfere di Clouzot e il suo Les Diaboliques non solo attraverso citazioni esplicite, ma mediante una tensione sotterranea che pulsa sotto una superficie dai colori pastello. La macchina da presa si muove con un’eleganza quasi voyeuristica tra le pareti di vetro e cemento della dimora di Emily, trasformando l’architettura in una prigione dorata dove la profondità di campo viene spesso ridotta per isolare i volti di Anna Kendrick e Blake Lively, impegnate in un duello recitativo.

L’uso della colonna sonora non è un semplice orpello ma un elemento strutturale che detta il ritmo del montaggio: le note di Serge Gainsbourg e Françoise Hardy conferiscono una patina di sofisticata ironia che impedisce al racconto di scivolare nel melodramma cupo, mantenendo invece quella leggerezza tipica della commedia sofisticata anni Sessanta. Questa scelta sonora si intreccia indissolubilmente con la metamorfosi visiva di Stephanie, la cui evoluzione da vlogger provinciale a detective dilettante è narrata attraverso una mutazione cromatica e materica dei costumi firmati da Renee Ehrlich Kalfus. Se all’inizio i suoi outfit richiamano la rassicurante e piatta estetica della grande distribuzione, il contatto con l’oscurità di Emily inizia a sporcare quelle linee pulite, mentre il personaggio della Lively viene iconizzato attraverso completi maschili e orologi d’oro, una scelta che ne sottolinea la natura destabilizzante e la forza predatoria.

La regia di Feig si dimostra matura nella gestione degli spazi, sfruttando l’illuminazione naturale che filtra dalle grandi vetrate per creare ombre lunghe e inquietanti, capaci di suggerire il non detto molto più dei dialoghi, pur brillanti e intrisi di un cinismo tagliente. C’è una ricercatezza quasi feticista nel modo in cui viene mostrata la preparazione di un Martini, trasformando un gesto quotidiano in un rituale sacro che sancisce un patto di sangue tra due femminilità opposte ma complementari. È proprio in questo equilibrio precario tra il grottesco e la suspense che il film trova la sua ragion d’essere, rifiutando la seriosità di certi thriller contemporanei per abbracciare una narrazione fluida che, pur sfiorando l’assurdo nel terzo atto, non perde mai di vista la coerenza estetica del racconto. Un esercizio di stile che dimostra come si possa ancora fare cinema di genere con intelligenza, divertendosi a smontare i meccanismi della percezione dello spettatore.

 

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