Flight risk – Trappola ad alta quota
Flight risk – Trappola ad alta quota (2025) USA di Mel Gibson
L’impianto è quello del Kammerspiel ad alta quota. Una U.S. Marshal (Michelle Dockery) scorta un contabile (Topher Grace), testimone chiave contro la mafia, fuori dal suo nascondiglio in Alaska. Il loro volo charter, tuttavia, è pilotato da un bizzarro sicario (Mark Wahlberg) assoldato per eliminarli. Dopo un rapido scontro, il killer viene neutralizzato e legato. Il problema, però, è appena iniziato: l’aereo è in volo, il carburante scarseggia e nessuno dei due passeggeri ha la minima idea di come si piloti un velivolo.
Il ritorno di Mel Gibson alla regia, a quasi dieci anni da Hacksaw Ridge, spiazza. Abbandonati i kolossal bellici e le epopee storiche, Gibson si cimenta con un chamber piece claustrofobico, un thriller ad alta tensione confinato quasi interamente nella carlinga di un Cessna. Un esercizio di stile teso, compresso nei suoi 90 minuti che tentano la via del tempo reale. La premessa è solida e Gibson dimostra di avere ancora un controllo artigianale della messa in scena. La regia è asciutta, funzionale alla tensione, e gestisce lo spazio angusto con mestiere, alternando l’abitacolo soffocante a maestose (seppur brevi) totali sui paesaggi gelidi dell’Alaska.
A mostrare le prime crepe è tuttavia la sceneggiatura di Jared Rosenberg (al suo esordio). L’unità di luogo e tempo costringe lo script a “gonfiare” la narrazione con sottotrame non sempre necessarie: il trauma pregresso della protagonista, la caccia alla “talpa” interna (gestita interamente via radio, quasi come un posticcio radiodramma), e una serie di dialoghi che non brillano per originalità. Se Topher Grace eccede nel ruolo di comic relief logorroico (con battute che sembrano uscite da una sitcom), Michelle Dockery resta confinata in un registro fin troppo standard, mancando di vero carisma.
Ma il vero paradosso del film, nonché la sua occasione mancata, risiede in Mark Wahlberg. La sua trasformazione in un killer pelato, logorroico e sopra le righe (con tanto di toupet) è la trovata più gustosa. Wahlberg mastica la scena con un piacere visibile, incarnando quel “Crazy Mark” che i cinefili apprezzano. Il problema? Dopo il primo atto, il suo personaggio passa la stragrande maggioranza del tempo legato e neutralizzato sul fondo dell’aereo. Gibson e Rosenberg, incredibilmente, disinnescano volontariamente il loro elemento più imprevedibile e pericoloso, sacrificando il potenziale esplosivo (un vero villain sadico) a favore del duo, decisamente meno interessante, in cabina.
Tecnicamente, il film è solido fino a un finale che scivola in una fisica da Looney Tunes, con qualche CGI non all’altezza. Flight Risk è un thriller competente, un B-movie che intrattiene.
