Amori liberi da tabù

Il nostro parere

Amori liberi da Tabù (2023) SPA di Angel Filgueira


L’estate vede sbocciare la giovane e passionale relazione tra Ada (Ánxela Ríos) e Mariña (Lidia Veiga). L’arrivo di Tomás (Xulio Besteiro) non turba l’equilibrio, anzi: i tre diventano inseparabili, esplorando un ménage à trois che scorre con apparente naturalezza attraverso le stagioni. Questa armonia poliamorosa, vissuta con trasporto giovanile, si incrina però una notte di primavera. Un momento di intimità più profonda tra Ada e Tomás supera il limite di sopportazione di Mariña, innescando una crisi che Ada, però, rifiuta di accettare passivamente.



Diciamolo subito, a scanso di equivoci: chi cerca in quest’opera il solito melodramma pruriginoso sul triangolo amoroso, con tanto di gelosie urlate e porte sbattute, ha decisamente sbagliato sala. Il regista Ángel Filgueira sceglie una strada radicalmente diversa, quasi rohmeriana nel suo approccio slice-of-life, per esplorare la fluidità del desiderio e le complesse architetture emotive del poliamore (ma si potrebbe richiamare anche Kechiche e il suo Adéle per lo stile). Il film evita con intelligenza la trappola stantia del “maschio predatore” che distrugge l’idillio saffico; qui Tomás non è una minaccia, ma semplicemente un altro corpo, un altro desiderio, accolto in un’equazione che solo il tempo e le diverse aspettative dei singoli dimostreranno instabile.

Il vero cuore dell’opera risiede nella sua mise-en-scène squisitamente sensoriale. Filgueira utilizza una camera a mano (handheld) che, lungi dall’essere caotica o pretenziosamente indie, mantiene una chiarezza e una bellezza compositiva notevoli. L’obiettivo sta letteralmente addosso ai personaggi, in primissimi piani che catturano la grana della pelle, il sudore, il respiro. Non è voyeurismo, ma una ricerca di intimità epidermica, un erotismo naturalistico che non giudica né sfrutta, ma semplicemente è.

Questa prossimità fisica, quasi tattile, è contrappuntata da inserti in formato camcorder (spesso il punto di vista di Tomás) e da capitoli diaristico-stagionali, scanditi da testi poetici. Questa struttura frammentata trasforma la narrazione in un album di ricordi vissuti, più vicina all’esplorazione che al dramma convenzionale. Il terzetto di attori (Ánxela Ríos, Lidia Veiga e Xulio Besteiro) offre performance prive di orpelli, ancorate a una realtà tangibile. Un’opera arthouse tenera e malinconica, che riesce nell’impresa di filmare il desiderio queer senza cadere nel cliché, preferendo la sensazione alla spiegazione.

La scelta di non avere un vero protagonista, un punto di vista che guidi lo spettatore attraverso questo labirinto emotivo, è  però un’arma a doppio taglio. Se da un lato garantisce un’osservazione quasi “scientifica” delle dinamiche, dall’altro rende difficile l’identificazione e lascia un senso di freddezza, di distanza. Se spogliato della sua ricercata messa in scena, il film rischia di essere percepito come una collezione di incontri erotici (peraltro, filmati in modo così naturalistico da risultare anti-spettacolari) priva di un vero nucleo narrativo o di una destinazione.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *