Goat – Sogna in grande

Il nostro parere

Goat – Sogna in grande (2026) USA di Tyree Dillihay.


Will è un giovane capretto che vive all’ombra dei successi passati della madre, consegnando caffè in una metropoli abitata da animali di ogni taglia. Il suo sogno è il Roarball, una variante selvaggia del basket dominata dalla pantera Jett, una superstar al tramonto che fatica a gestire una squadra di talenti indisciplinati. Quando un video di Will diventa virale, la cinica proprietaria dei Thorns lo ingaggia, costringendo il piccolo protagonista a sfidare i pregiudizi dei giganti della lega. Tra allenamenti improbabili e partite mozzafiato, Will dovrà insegnare ai suoi compagni il valore del collettivo per conquistare l’agognato trofeo Claw.


Accostarsi a un’opera prodotta da Stephen Curry significa accettare un invito a corte dove la palla a spicchi non è solo un attrezzo scenico, ma il fulcro di una narrazione sulla fisica del movimento. Il film sceglie di non percorrere la strada del fotorealismo esasperato, preferendo una direzione artistica che ricorda la tecnica dell’impasto pittorico. Le scenografie dei vari biomi, che fungono da arene per i playoff, si distaccano dalle figure antropomorfe, quasi fossero tele spennellate a mano che donano profondità a un mondo altrimenti debitore dell’estetica dei grandi classici sportivi degli anni Novanta.

La macchina da presa virtuale si muove con fluidità cinetica, evitando il caos visivo tipico di certe produzioni moderne per concentrarsi sulla plasticità dei corpi in volo. La scelta di utilizzare angolazioni dal basso per enfatizzare la disparità gerarchica tra i piccoli e i grandi predatori non è solo un vezzo registico, ma una precisa dichiarazione poetica sulla verticalità del gioco. Sebbene la sceneggiatura non cerchi di scardinare i canoni del genere underdog, la narrazione trae forza da una gestione ritmica che alterna sapientemente i tempi morti della riflessione interiore di Jett, pantera tormentata dal declino atletico, all’esplosività cromatica delle fasi di gioco.

Le sfumature acquerellate dei fondali contrastano con il dinamismo dei personaggi, tra cui spicca un drago di Komodo la cui mimica facciale sfrutta appieno le potenzialità del rigging contemporaneo. La colonna sonora di Kris Bowers si inserisce in questo tessuto visivo senza sovrastarlo, agendo come un metronomo che sottolinea l’evoluzione di Will da semplice outsider a catalizzatore tattico. È un’opera che vive di contrasti cromatici e di una gestione dello spazio scenico molto ragionata, dove la biomeccanica animale diventa pretesto per coreografie atletiche di rara eleganza, rendendo ogni balzo verso il canestro una piccola lezione di estetica applicata alla forza di gravità.

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