Vita privata
Vita privata (2025) FRA di Rebecca Zlotowski
Lilian Steiner è una stimata psichiatra americana che vive a Parigi, metodica al punto da registrare ancora le sedute su minidisc. La sua stabilità professionale crolla quando Paula, una sua paziente, muore in circostanze sospette ufficialmente archiviate come suicidio. Tormentata dal dubbio e da un’improvvisa crisi di pianto incontrollabile, Lilian si convince che si tratti di un omicidio e inizia un’indagine ossessiva che coinvolge l’ex marito Gabriel e la conduce fino a una misteriosa ipnotista, mescolando i fatti reali con visioni oniriche e memorie rimosse.
L’approccio di Rebecca Zlotowski alla materia del giallo appare fin dalle prime sequenze come un tentativo di decostruzione che privilegia la stasi riflessiva rispetto alla progressione dell’indagine. La regia si muove con una circospezione che sembra voler mimare il distacco clinico della sua protagonista, posizionando la macchina da presa in modo da creare una costante barriera tra lo spettatore e l’emotività dei personaggi. Questa scelta, se da un lato conferisce all’opera una certa coerenza formale, dall’altro rischia di generare una distanza che rende difficile l’adesione totale ai tormenti interiori di Lilian. La conduzione del racconto si affida a tempi dilatati e a una gestione dello spazio che predilige l’immobilismo delle stanze d’analisi, trasformando l’azione in un lungo monologo interiore spesso interrotto da digressioni che non sempre trovano una collocazione organica nell’economia del racconto.
La direzione di Jodie Foster è improntata a un rigore estremo che rasenta la rigidità, una scelta stilistica che riflette la natura metodica del personaggio ma che talvolta priva la narrazione di quei picchi di tensione che il genere richiederebbe. Zlotowski lavora molto sui primi piani e su una spazialità compressa, cercando di catturare le micro-espressioni di un volto che lotta per mantenere il controllo, eppure la dinamica tra la regia e l’interpretazione sembra a tratti troppo calibrata, impedendo quella spontaneità che avrebbe potuto giovare alla credibilità del crollo nervoso della psichiatra. L’interazione con le figure secondarie, pur se orchestrata con una certa sensibilità per il dettaglio quotidiano, appare talvolta come un corollario di brevi bozzetti che rallentano la ricerca della verità senza aggiungere reale spessore alla trama giallistica.
Le incursioni nel territorio dell’ipnosi rappresentano il punto di maggiore audacia stilistica, dove la regia tenta di scardinare la linearità del tempo attraverso sovrapposizioni e transizioni che cercano di rendere visibile l’invisibile. Tuttavia, queste sequenze non sempre riescono a integrarsi con il resto della messa in scena, restando spesso confinate in una dimensione onirica che appare più come un esercizio di stile che come una necessità narrativa impellente. Il ricorso a una simbologia stratificata, che tocca temi come l’identità culturale e il rimosso storico, testimonia l’ambizione della regista di voler trascendere il genere, ma la sensazione è che queste suggestioni rimangano allo stato di potenzialità non del tutto esplorate, lasciando lo spettatore di fronte a una struttura che promette una profondità che non sempre viene raggiunta.
Si avverte una certa fatica nel mantenere l’equilibrio tra la necessità di risolvere il mistero e la volontà di condurre uno studio psicologico d’ambiente. La regia dimostra indubbiamente una padronanza dei mezzi espressivi e una capacità di gestire attori di grande calibro con estrema compostezza, ma il risultato finale si assesta su una sufficienza che lascia qualche perplessità sulla reale tenuta del ritmo complessivo. È un cinema che sceglie di non rischiare, preferendo la sicurezza di una composizione elegante e misurata a una possibile, e forse necessaria, esplosione emotiva, approdando a una conclusione che risolve i nodi del racconto senza però lasciare quel senso di catarsi o di turbamento che una simile discesa negli abissi dell’inconscio avrebbe potuto generare.
Ritiene che la scelta di un ritmo così misurato sia una precisa volontà autoriale per sottolineare l’inefficacia della logica analitica di fronte al trauma, o che rappresenti piuttosto un limite strutturale del film nel gestire la tensione?
