Eyes wide shut
Eyes wide shut (1999) USA di Stanley Kubrick
Dopo l’improvvisa e destabilizzante confessione della moglie Alice (Nicole Kidman) su una sua potente fantasia erotica, il Dottor Bill Harford (Tom Cruise), medico dell’alta borghesia newyorkese, sprofonda in un’odissea notturna. Spinto da una gelosia che è in realtà una profonda crisi narcisistica, vaga in una New York spettrale, sfiorando incontri sessuali che non consuma mai. Il suo viaggio iniziatico culmina in una sinistra e ritualistica orgia in maschera, un evento che espone la sua inadeguatezza e minaccia di distruggere l’impalcatura della sua vita.
Se è vero, come disse Freud, che Arthur Schnitzler era il suo “doppio”, allora Eyes Wide Shut, tratto dalla Traumnovelle (Doppio Sogno) di Schnitzler, è il film più freudiano che si potesse immaginare. Stanley Kubrick, nel suo glaciale e sontuoso testamento, non mette in scena un thriller erotico, ma compie una meticolosa dissezione psicanalitica dell’inconscio borghese. È un film che opera interamente nel reame del perturbante (l’Unheimliche), dove il familiare (il matrimonio, le feste natalizie, il ruolo di medico) viene deformato fino a rivelare l’orrore rimosso che nasconde.
Tutta l’architettura tecnica del film è subordinata a questa discesa nell’inconscio. La New York di Kubrick, notoriamente una Londra travestita, è un non-luogo, un costrutto mentale. Le sue strade non sono realistiche; sono i corridoi di un sogno, illuminati da una fotografia granulosa e da luci natalizie che non confortano, ma segnalano un pericolo quasi carnevalesco. L’uso ossessivo della steadicam non serve a dinamizzare l’azione, ma a simulare il galleggiamento del sognatore: la camera di Kubrick è un occhio fluttuante, un Io distaccato che osserva passivamente il protagonista, Bill, mentre viene sballottato tra le pulsioni del suo Es (Id).
La crisi scatenante non è la gelosia, ma il ritorno del rimosso. La confessione di Alice (una performance straordinaria della Kidman, che squarcia il velo della banalità domestica) è un atto di violenza psichica. Frantuma l’immagine narcisistica che Bill ha di sé: non è più il marito desiderabile e in controllo, ma un uomo sostituibile. La sua intera odissea notturna è un tentativo fallimentare di riaffermare la propria virilità, un viaggio guidato da un Es scatenato ma costantemente frustrato da un Super-Io (Super-Ego) paralizzante.
Bill è l’epitome dell’impotenza. Ad ogni potenziale trasgressione, il suo Super-Io interviene. Non è un caso che si identifichi costantemente come “Dottor Harford”: è l’armatura sociale che lo protegge dal desiderio. Ma è proprio questo scudo che rende la sua ricerca così patetica. Il genio di Kubrick sta nel legare indissolubilmente Eros e Thanatos. Ogni pulsione erotica nel film è immediatamente contaminata dalla morte.
- La figlia del paziente deceduto, Marion, tenta di sedurlo letteralmente accanto al cadavere del padre.
- La prostituta Domino, l’unica connessione umana che Bill sembra stabilire, viene successivamente rivelata come sieropositiva (un memento mori moderno).
- L’orgia, il tempio di Eros, è un rituale funebre, freddo, gerarchico, che culmina non nel piacere, ma nel sacrificio (la morte di Mandy).
L’orgia stessa non è la liberazione dell’Es; è un Super-Io travestito da Es. È il potere dell’élite (un mondo a cui Bill aspira ma non appartiene) che ha ritualizzato e controllato la pulsione, trasformandola in una messa in scena gerarchica e minacciosa, più vicina a un rito esoterico che al sesso. Le maschere veneziane (simbolo junghiano della Persona) non liberano, ma codificano i ruoli in un gioco di potere dove Bill è solo un intruso.
Il confronto finale non è con Alice, ma con Sydney Pollack (Ziegler). La scena nella sala da biliardo è la resa dei conti edipica. Ziegler è la figura paterna onnisciente, il custode dell’Ordine. Con calma patriarcale, smonta l’incubo di Bill, riducendo l’orrore metafisico a una “sciarada” (un teatrino per spaventare i curiosi). È un atto di castrazione simbolica: Ziegler neutralizza il trauma di Bill, banalizza la sua esperienza e lo rispedisce all’ovile domestico. Il terrore del sublime è ridotto a una questione di conti da pagare.
Il ritorno a casa è un’alba gelida. La maschera sul cuscino accanto ad Alice è l’inconscio reso visibile, il sogno che contamina la realtà. Il finale nel negozio di giocattoli, tra i simboli del consumismo e dell’innocenza perduta, è l’ultimo colpo di genio. La parola finale di Alice, “Fuck”, è disperata. È il tentativo estremo di usare Eros per scacciare Thanatos, di riaffermare la banalità della carne contro l’orrore dell’ignoto che hanno appena sfiorato. È l’unica, fragile sutura per un matrimonio—e una psiche—ormai irrimediabilmente lacerati.
