Attitudini nessuna

Il nostro parere

Attitudini nessuna (2026) ITA di Sophie Chiarello


Il documentario ripercorre la parabola artistica e umana di Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti, partendo dalle rispettive infanzie nella Milano degli anni Sessanta e Settanta. Attraverso un montaggio che alterna preziosi materiali d’archivio a riflessioni attuali, la pellicola segue il loro incontro fortuito e la successiva ascesa dai palchi degli oratori e dei cabaret fino ai trionfi televisivi e cinematografici. Il racconto non evita le zone d’ombra, esplorando le crisi professionali e il legame profondo con storici collaboratori come Marina Massironi.


Sophie Chiarello firma con Attitudini: nessuna un’opera che evade con eleganza i confini del documentario celebrativo per farsi elegia di un tempo e di uno spazio che sembrano appartenere a un’epoca geologica ormai scomparsa. La regista, forte di una consuetudine decennale con il trio, sceglie di non porsi mai come un occhio esterno e giudicante, ma piuttosto come una presenza discreta che abita lo spazio dell’inquadratura con la stessa naturalezza dei suoi protagonisti. Questo si traduce in una narrazione dove la macchina da presa predilige il pedinamento zavattiniano, catturando i corpi dei tre comici mentre attraversano una Milano trasformata, quasi spettrale, che ha perduto quella dimensione popolare capace di generare il loro tipo di comicità fisica e analogica.

L’estetica del film vive di un contrappunto costante tra la grana materica dei filmati amatoriali e la nitidezza digitale del presente. Non è una semplice operazione nostalgia, ma una precisa scelta linguistica che serve a sottolineare l’evoluzione dei volti e delle posture. Se nelle riprese d’archivio domina una corporeità esplosiva che richiama la lezione del vaudeville e del muto — da Keaton a Laurel e Hardy — nelle sequenze contemporanee la regia si sofferma su primi piani strettissimi che cercano le esitazioni, i silenzi e le rughe, trasformando il documentario in uno studio antropologico sulla durata dell’amicizia e dell’atto creativo.

Il montaggio lavora per analogie visive più che per ordine cronologico, creando un flusso che integra organicamente le testimonianze di figure chiave come Paolo Rossi, la Gialappa’s Band o i fondatori del Teatro Arsenale. Particolarmente efficace è il modo in cui la colonna sonora e il sound design accompagnano i momenti di verità più cruda, come il confronto con Marina Massironi o il ricordo di Paola Galassi; qui il film smette di essere una raccolta di sketch per farsi drammaturgia del distacco e del rimpianto. Chiarello riesce a restituire dignità cinematografica alla risata, mostrando come il loro gioco teatrale non sia mai stato frutto di un caso, ma di una disciplina rigorosa celata dietro la maschera dell’inettitudine. È un viaggio che si chiude con una nota di sospensione poetica, lasciando che siano gli sguardi dei tre, seduti al tavolo di un bar come trent’anni fa, a suggerire che il sipario non è mai davvero calato finché resiste la capacità di guardare il mondo con lo stupore di chi non ha, appunto, alcuna attitudine predefinita se non quella verso l’umanità.

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