Lubo

Il nostro parere

Lubo (2023) ITA di Giorgio Diritti


Nell’inverno del 1939, lo jenisch Lubo, un artista di strada nomade, viene coscritto nell’esercito svizzero per proteggere i confini. In seguito scopre che in sua assenza la polizia ha preso i suoi tre figli e che sua moglie è morta. Comincia la sua disperata ricerca per ritrovare i figli.


In un momento cruciale del dramma di tre ore “Lubo”, il protagonista cerca segretamente di notte negli archivi della Pro Juventute, una fondazione svizzera dedicata alla protezione dei bambini bisognosi. Attraverso un’eternità percepita, Giorgio Diritti ci mostra come il padre frughi alla ricerca dei suoi figli portati via dalla polizia. Questa scena deliberatamente difficile illustra due concetti: la speranza quasi perduta che Lubo troverà mai i suoi figli, e il fatto che ci sono troppi bambini rapiti dalle loro famiglie con il pretesto della cura dello stato, sotto le spoglie del governo, che sono stati irrimediabilmente sradicati.

Diritti ha chiarito molto chiaramente nel suo film quanto fosse terribile questo programma, lanciato nel 1926 e interrotto solo nel 1972. Nei suoi momenti migliori, “Lubo” smaschera un sistema scioccante, nel quale le persone considerate “diverse”, dovevano essere sterminate semplicemente assimilando la loro prole nella società “normale”, con intrecci pedofili dei principali funzionari. Tuttavia, nonostante l’importanza del messaggio, il dramma si appesantisce in modo monotono ed emotivamente sbiadito, impedendo al suo messaggio di dispiegare appieno il suo effetto, nonostante l’interpretazione di  Rogowski.

La contrapposizione tra la classe superiore e Lubo, che cerca disperatamente i suoi amati figli, non viene delineata in modo sottile. Mentre Elsa, sedotta da Lubo, narra delle istituzioni sponsorizzate e della loro educazione dei bambini, diventa chiaro che manca una componente essenziale: l’amore. Tuttavia, Lubo affronta direttamente questa lacuna. Il film sottolinea in modo sorprendente l’ignoranza o la malizia che si manifesta. Alla fine, il film affronta brevemente il tema della pedofilia.

Un tema così importante e scioccante avrebbe dovuto essere raccontato con maggiore enfasi e forza, ma “Lubo” sembra quasi letargico nella sua descrizione monotona. La trama non si sviluppa in modo significativo, e la tensione manca, specialmente perché il commissario si limita a riassumere fatti ben noti per il pubblico.

 

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