Una di famiglia – The housemaid

Il nostro parere

Una di famiglia – The housemaid (2025) USA di Paul Feig


Millie, una giovane donna reduce da un passato in prigione e costretta a vivere nella propria auto, tenta di rimettere insieme i pezzi della sua esistenza accettando un lavoro come domestica per la ricca famiglia Winchester. La sfarzosa villa a Long Island e l’apparente gentilezza della padrona di casa, Nina, sembrano il preludio a una nuova e serena vita borghese, ma la realtà si rivela presto una trappola psicologica. Il comportamento instabile e progressivamente manipolatorio della donna spinge Millie a cercare il conforto e la protezione del marito di lei, Andrew. Questa vicinanza innesca una pericolosa spirale di segreti e rivalità che porterà a galla la vera e torbida natura di quello che sembrava un matrimonio da favola.


Paul Feig torna a frequentare i territori del thriller suburbano, ma questa volta sceglie di percorrere una via più ambigua, che flirta costantemente con il grottesco senza mai abbracciarlo del tutto. L’adattamento del romanzo di Freida McFadden si rivela un’operazione geometrica, che gestisce lo spazio scenico della lussuosa dimora quasi fosse un diorama o un palcoscenico teatrale. Questa impostazione formale è evidente nelle scelte di messa in scena, dove la macchina da presa mantiene una studiata distanza dai personaggi, cristallizzando l’opulenza geometrica e asettica degli ambienti dominati dal bianco. Se da un lato questa stilizzazione evoca un senso di claustrofobia e distacco, dall’altro finisce per raffreddare l’effettiva tensione drammatica, trasformando il dramma psicologico in una messinscena quasi accademica.

L’estetica del film dialoga esplicitamente con i codici del genere, mostrando nel proprio codice genetico reminiscenze strutturali che guardano sia alle dinamiche di sottomissione e riscatto di Jane Eyre sia alle atmosfere patinate dei thriller erotici degli anni Novanta. Tuttavia, la scrittura della sceneggiatura, firmata da Rebecca Sonnenshine, fatica a trovare un equilibrio tra il dramma sociale legato alla dicotomia di classe e la pura vocazione pop del racconto. Il ritmo subisce una vistosa decelerazione nella prima metà, dove i dialoghi didascalici e le dinamiche domestiche vengono dilatati oltre il dovuto, rischiando di depotenziare la portata dei colpi di scena successivi, che talvolta arrivano privi della necessaria forza e fin troppo anticipati da raccordi di montaggio poco fluidi.

L’andamento altalenante della narrazione viene fortunatamente compensato dalle prove attoriali, che vivono di contrasti evidenti. Amanda Seyfried domina l’inquadratura offrendo una performance sopra le righe ed elettrizzante; la sua Nina è una figura instabile, mossa da una rabbia controllata e da sorrisi vitrei che sfiorano l’assurdità del cinema horror, comprendendo perfettamente la natura intrinsecamente camp del materiale di partenza. Al contrario, Sydney Sweeney opta per un registro inizialmente trattenuto e quasi apatico, un contrasto stilistico che rende la mutazione del suo personaggio nell’ultimo atto una cesura netta, seppur bizzarra per coerenza psicologica. Meno incisiva risulta invece la figura maschile interpretata da Brandon Sklenar, privo dello spessore necessario per reggere il peso dei risvolti cupi previsti dal copione. L’opera si assesta così in una via di mezzo: un intrattenimento lucido e ben confezionato, che pur toccando temi legati all’emancipazione femminile e alle dinamiche di potere coniugale, preferisce non affondare mai del tutto il colpo nei momenti più feroci, rimanendo una patinata architettura di genere che diverte ma non rischia.

 

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