Last breath

Il nostro parere

Last breath (2025) USA di Alex Parkinson


Durante una missione di routine nel Mare del Nord per la manutenzione di un oleodotto a trecento metri di profondità, le condizioni meteorologiche avverse e un guasto informatico causano il drifting della nave di supporto. Nel caos generato dalla tempesta, il cordone ombelicale che fornisce ossigeno, energia e comunicazioni al giovane subacqueo Chris Lemons si spezza bruscamente. Intrappolato nell’oscurità abissale con una riserva d’emergenza di appena otto minuti, il protagonista sperimenta l’isolamento più estremo, mentre l’equipaggio in superficie, guidato dal veterano Duncan e dal collega Dave, ingaggia una drammatica corsa contro il tempo per localizzare la campana e tentare un disperato recupero prima che l’ipossia diventi fatale.


Nel trasporre in finzione il proprio omonimo documentario del 2019, Alex Parkinson realizza un’opera che si inserisce nel filone della fantascienza hard più rigorosa e terrestre, evocando per affinità tematica la solitudine cosmica di pellicole come Gravity o il realismo logistico di The Martian. Tuttavia, dove il grande cinema industriale riesce a ipertrofizzare il dramma attraverso la gestione del ritmo, questo lungometraggio sceglie la strada di una sottrazione calibrata che talvolta scivola nel didascalico. La tensione non viene generata da espedienti originali, ma dalla geometrica e monotona scansione del tempo e dalla precisione quasi manualistica con cui vengono mostrati i protocolli della saturazione subacquea. Il montaggio, alternando la claustrofobia della camera di decompressione all’oscurità del fondale marino, frammenta lo spazio-tempo ma fallisce nel restituire una reale vertigine emotiva, limitandosi a registrare la burocrazia del pericolo in ambienti estremi.

L’estetica del film rifiuta programmaticamente la suspense primordiale di opere come The Abyss di James Cameron per abbracciare un approccio decisamente più asciutto, che flirta costantemente con il linguaggio del reportage televisivo. L’integrazione di inquadrature sporche, che simulano le riprese dei droni sottomarini e i circuiti chiusi di sorveglianza all’interno della campana divers, crea un impianto visivo dignitoso ma privo di vero fascino formale, incapace di elevare la cronaca a grande cinema di finzione. Questa scelta trasforma il film in un esercizio di professionalità esecutiva che, se da un lato evita i fuochi d’artificio della superproduzione hollywoodiana, dall’altro si accontenta di una medietà espressiva lasciando che l’errore del software rimanga l’unico vero elemento di rottura di una narrazione troppo lineare.

Il limite strutturale dell’opera emerge con chiarezza nella gestione del tessuto narrativo extra-marino, dove la rigidità della messinscena subisce continui arresti. Se l’azione di profondità possiede la fredda correttezza del cinema procedurale, i raccordi melodrammatici affidati ai flashback della fidanzata a terra interrompono il flusso tensivo, scivolando in una retorica convenzionale che attinge ai cliché del genere catastrofico. È un contrasto stridente: da un lato la rigorosa aderenza ai fatti, dall’altro la necessità di giustificare emotivamente i personaggi attraverso dialoghi piatti. Nemmeno la presenza di Woody Harrelson, confinato nel ruolo di un mentore fin troppo stereotipato, riesce a sollevare una sceneggiatura che si adagia su binari prevedibili.

L’operazione più ambigua di Parkinson si compie nella transizione verso il finale, dove il regista sceglie di innestare inserti documentaristici reali nel terzo atto. Questa virata formale, se da un lato tenta di nobilitare la messinscena richiamando la verità storica della vicenda, dall’altro suona come una parziale ammissione di debolezza del dispositivo cinematografico, incapace di risolvere autonomamente il climax emotivo attraverso i codici della finzione.

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