Il club dei divorziati

Il nostro parere

Il club dei divorziati (2020) FRA di Michael Youn


Il regista Michaël Youn ci porta nel mondo di Ben, un uomo innamorato tradito il giorno del suo quinto anniversario. La sua vita si capovolge fino all’incontro con Patrick, un amico divorziato che lo accoglie nella sua sontuosa villa. Insieme, fondano il “Divorce Club”, un circolo dedicato agli eccessi e al superamento delle delusioni sentimentali. La trama si complica quando Ben, inaspettatamente, si innamora di nuovo, mettendo a rischio l’esistenza stessa del club che ha contribuito a creare.



La pellicola, nonostante i riconoscimenti ottenuti al Festival dell’Alpe d’Huez, solleva diverse perplessità dal punto di vista della costruzione narrativa e stilistica. La regia di Youn si traduce in una successione frenetica di gag, con un ritmo di quasi una al minuto, che però non riesce a mascherare una struttura frammentaria. L’impianto narrativo appare più come una compilazione di sketch che come una trama coesa, poggiando su una sceneggiatura che funge da mero pretesto. La rappresentazione delle difficoltà legate al divorzio risulta eccessivamente semplificata e stereotipata, riducendosi a cliché come l’emarginazione sociale o la ricerca di relazioni effimere, per poi confluire in una romance prevedibile e didascalica.

La direzione degli attori, sebbene in alcuni frangenti raggiunga momenti di efficacia, come nell’incontro tra Arnaud Ducret e Caroline Anglade, tende rapidamente verso la caricatura. La performance di quest’ultima, pur promettente, è penalizzata da uno sviluppo del personaggio che sfocia nell’eccesso. I personaggi secondari, in particolare il lemure Michel e la femme fatale interpretata da Frédérique Bel, emergono come elementi di maggiore freschezza, offrendo intermezzi comici che spezzano la monotonia.

Dal punto di vista della costruzione visiva e sonora, il film adotta uno stile patinato, specialmente nelle sequenze dedicate alla celebrazione del celibato. Queste scene, pur volendo trasmettere un senso di divertimento sfrenato, risultano eccessivamente montate e stereotipate, con un’abbondanza di elementi riconducibili a un’estetica improntata all’esagerazione (automobili veloci, alcol, droghe, sesso). L’uso di brani musicali come quelli dei Kool and the Gang appare spesso accessorio, privo di una vera integrazione con la narrazione.

Infine, la pellicola si affida a personaggi stereotipati e a tentativi maldestri di omaggiare generi diversi, come il western o i film di boxe, che non riescono a trovare una giustificazione narrativa. Se da un lato si riconosce a Youn una certa predisposizione per la gag isolata e la capacità di coinvolgere un cast corale, dall’altro si evidenzia una mancanza di coesione tra le idee che affollano il suo approccio creativo. Il risultato complessivo è un prodotto che, pur mirando a una comicità “leggera” e solare, si rivela tecnicamente frammentato e narrativamente inconsistente.

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