Padri e figli

Il nostro parere

Padri e figli (1957) ITA di Mario Monicelli


Il film ci trascina nelle vite di cinque famiglie romane degli anni Cinquanta, ognuna con i suoi grattacapi legati all’eterno scontro tra genitori e figli. Mentre l’Italia si svecchia a ritmi indiavolati, l’infermiera Ines, una tipa tosta e con la risposta pronta, fa da jolly, passando da un nucleo familiare all’altro e tenendo insieme un po’ tutti. Preparatevi a un giro di giostra tra risate e qualche amarezza.


Mario Monicelli, fresco di divorzio artistico da Steno, ci regala una perla che, pur restando nell’alveo della commedia, inizia a guardare il mondo con occhi più disincantati. Dimenticate le risate grasse e basta: qui si comincia a scavare nel torbido, a esplorare quei sentieri un po’ più accidentati della vita. Questo film, che gli è valso pure un bell’Orso d’Argento per la regia al Festival di Berlino, è un affresco dell’Italia del dopoguerra, un paese che si scrolla di dosso la polvere della tradizione per buttarsi a capofitto in un edonismo rampante.

L’idea è quella di mettere sotto la lente d’ingrandimento il rapporto tra padri e figli, un tema vecchio come il cucco ma sempre attuale. Non si tratta solo di classici tipi da commedia, come il genitore burbero o il playboy attempato (un Vittorio De Sica che non smette di farci ridere anche quando è tormentato), ma anche di uno sguardo più profondo sulle dinamiche che cambiano. Monicelli ci mostra come l’idea di un’educazione repressiva stia lentamente cedendo il passo a un certo “permissivismo” che anticiperà di lì a poco i favolosi anni Sessanta.

Il film è una specie di puzzle, un caleidoscopio di storie che si intrecciano grazie alla figura dell’infermiera Ines, interpretata da una strepitosa Marisa Merlini. Lei è la voce della saggezza popolare, quella che ne ha viste tante e non si stupisce più di niente. Attraverso le sue peregrinazioni, vediamo madri e padri alle prese con ogni tipo di grana: chi non riesce ad avere figli, chi ne ha già cinque e il sesto è in arrivo, chi si dispera per il primo fidanzamento della prole adolescente o per la classica “pecora nera” della famiglia.

Ma non pensiate che sia tutto rose e fiori. C’è un momento, in particolare, che resta impresso: lo schiaffo dato da un padre (un intenso Ruggero Marchi) al figlio. Non è solo uno schiaffo fisico, è un pugno nello stomaco che racchiude tutta l’impotenza di un genitore di fronte a un figlio che sembra un mistero, un alieno, qualcuno che non riusciamo proprio a inquadrare. È il dolore universale di chi ha dato la vita ma non riesce a capire chi ha di fronte. Questo dettaglio, così forte e inaspettato, dà al film una profondità che va oltre la semplice risata, toccando corde universali.

Monicelli, con la sua mano leggera ma incisiva, ci mostra un’Italia che sta cambiando, che si confronta con i nuovi ritmi di vita. Da una parte, l’immagine di un’Italia contadina e rurale che sfornava figli a nastro, dall’altra le esigenze di un mondo moderno, fatto di orari fissi e nuove abitudini. Ci sono momenti teneri, come quelli tra un giovane e malinconico Marcello Mastroianni, un marito che soffre per la mancanza di figli, e il nipotino che gli viene “parcheggiato” in casa. Quei duetti tra loro sono pura magia e regalano al film un tocco di dolcezza che scalda il cuore.

Insomma, “Padri e figli” è un film che, pur mantenendo un tono garbato e indulgente, ha il coraggio di affrontare tematiche complesse, anticipando quella commedia all’italiana che diventerà poi graffiante e spietata. Monicelli qui non è ancora cinico, ma ci fa capire che il mondo sta andando in una direzione nuova, e che forse non tutto sarà facile e scontato. La difficoltà sta nell’uso di stereotipi che rendono un po’ banale il costrutto.

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