I fantastici 4 – Gli inizi
I fantastici 4 – Gli inizi (2025) USA di Matt Shakman
In un’ucronia vibrante dal gusto anni ’60 (la Terra-828), i già affermati Fantastici Quattro affrontano la sfida più intima e terribile della loro carriera: la gravidanza di Sue Storm. La gioia per l’imminente nascita viene però oscurata dall’arrivo del Surfer d’Argento, araldo del divoratore di mondi Galactus. Il colossale dio spaziale pone Reed e Sue davanti a un dilemma atroce: consegnare il nascituro, dotato di poteri inimmaginabili, per salvare la Terra dalla distruzione totale.
Dimenticate la piattezza visiva da screensaver che ha afflitto il recente MCU. “The Fantastic Four: First Steps” è, prima di tutto, un trionfo di production design. Kasra Farahani confeziona un universo denso, dove il modernismo di metà secolo incontra la fantascienza speculativa dei Jetson. È un piacere cinefilo osservare la coesistenza di tubi catodici e viaggi interstellari, un’estetica che non è mero citazionismo, ma una precisa scelta di world-building che libera il film dalla schiavitù della continuity tradizionale.
Sotto il profilo tecnico, la regia di Shakman tradisce la sua anima teatrale. Sebbene il ritmo sia serratissimo — a tratti quasi troppo, sacrificando lo sviluppo di Ben e Johnny sull’altare della propulsione narrativa — l’attenzione alle nuance recitative è lodevole. La chimica tra Pedro Pascal e Vanessa Kirby è il motore cinetico del film; la loro angoscia trasforma un blockbuster da centinaia di milioni di dollari in un dramma morale quasi abramitico.
Nota di merito per la gestione del CGI: finalmente Galactus (un imponente Ralph Ineson) e la Cosa non sembrano ammassi di pixel senz’anima, ma presenze fisiche dotate di peso e texture. Anche la colonna sonora di Michael Giacchino, pur distanziandosi dalle sue precedenti incursioni “supereroistiche”, firma un commento sonoro percussivo e originale. Nonostante qualche incertezza nel montaggio, che “taglia muscolo oltre che grasso”, il film vince la scommessa: ridare un cuore umano a un genere che rischiava l’atrofia. È un’opera intelligente che, pur masticando temi classici, riesce a profumare di nuovo.
