Bullitt
Bullitt (1968) USA di Peter Yates
Frank Bullitt, tenente della polizia di San Francisco dal carattere laconico e inflessibile, viene incaricato dall’ambizioso politico Walter Chalmers di proteggere un testimone chiave della malavita. Quando l’uomo viene brutalmente assassinato nonostante la sorveglianza, Bullitt intuisce che dietro il fallimento si cela una fitta rete di corruzione e inganni. Inizia così una caccia all’uomo tra i saliscendi della città, ignorando gli ordini superiori per scoprire la verità e regolare i conti con i sicari.
Se il cinema è, come diceva Hitchcock, “la vita senza le parti noiose”, Steve McQueen in Bullitt porta questa massima all’estremo, eliminando persino le parti parlate. In questa pellicola del 1968, diretta con un piglio quasi documentaristico da Peter Yates, McQueen non recita: abita lo spazio. Il suo Frank Bullitt è un archetipo di sottrazione, un uomo che comunica attraverso micro-espressioni e la precisione dei gesti tecnici, un approccio che manda in estasi i cinefili abituati alle sovrastrutture teatrali.
Dal punto di vista tecnico, il film è una lezione magistrale di montaggio (vincitore del premio Oscar). La celebre sequenza dell’inseguimento tra la Ford Mustang GT e la Dodge Charger non è solo “spettacolo”: è una coreografia di ingegneria meccanica e cinematografica. Yates rinuncia alla colonna sonora di Lalo Schifrin per i dieci minuti della corsa, lasciando che la sinfonia sia composta esclusivamente dal cambio di marce e dallo stridore degli pneumatici. È cinema puro, dove la narrazione visiva sostituisce interamente il logos.
Tuttavia, il film non è esente da zone d’ombra. La sottotrama romantica con Jacqueline Bisset appare oggi come un tributo necessario (e un po’ goffo) alle esigenze di botteghino dell’epoca; i dialoghi della Bisset, purtroppo, sembrano scritti per un altro film, spezzando quel realismo asciutto che McQueen e Robert Vaughn (perfetto nel ruolo del viscido politico) costruiscono con tanta fatica.
Ma il vero pregio di Bullitt risiede nel suo finale anticlimatico. Non c’è trionfalismo, non c’è catarsi eroica. C’è solo un uomo stanco che si guarda allo specchio, consapevole che la giustizia è spesso un processo burocratico sporco di sangue. Un’opera che, nonostante qualche ruga nella sceneggiatura, rimane un pilastro della New Hollywood per la sua estetica rigorosa e la sua etica del silenzio.
