Otello
Otello (1951) USA di Orson Welles
Nella Venezia dei Dogi, Desdemona e Otello, un generale di stanza a Cipro, si sposano di soppiatto. Il padre di lei, Brabanzio, dapprima contrario, si rassegna a lasciarla partire per Cipro. Lì, Iago, l’alfiere di Otello, con trame oscure e invidia, insinua nel cuore del generale il tarlo del dubbio sulla fedeltà della novella sposa.
“Otello” di Orson Welles è noto anche per le rocambolesche condizioni di lavorazione. Le riprese, frammentate tra il 1948 e il 1951, vedevano gli attori attendere i finanziamenti che Welles andava faticosamente a reperire. L’ingegno sopperiva alle mancanze: si narra che, per la scena dell’aggressione a Cassio, l’assenza dei costumi spinse Welles a girare in un bagno turco con gli attori avvolti in asciugamani.
Se alcune improvvisazioni wellesiane sortirono effetti sorprendentemente riusciti, non tutte le peripezie di “Otello” ebbero esiti altrettanto felici. Il film, nato appena un decennio dopo il trionfo di “Quarto potere”, si presentava come un’opera disomogenea, con un doppiaggio spesso fuori sincrono. Persino la Palma d’Oro a Cannes nel ’52 non gli spianò subito la strada negli Stati Uniti, dove apparve solo nel 1955 in rare e logore copie in 16mm.
Eppure, il talento di Welles traspariva sin dalle prime inquadrature, con una camera che dall’alto contemplava un funebre corteo. A differenza di molte trasposizioni teatrali che si affidano alla staticità della ripresa frontale, Welles concepì “Otello” come un’esperienza visiva dirompente.
La necessità aguzzò l’ingegno: l’impossibilità di registrare l’audio in presa diretta lo spinse a inquadrare gli attori in modo da celarne le labbra, prevedendo un doppiaggio successivo. Il cambio di attori per il ruolo di Desdemona e le riprese in diverse nazioni complicarono ulteriormente la coerenza. Welles portò a termine il progetto, doppiando molte voci in prima persona, ma la sincronizzazione labiale lasciava spesso a desiderare. Il film rimase così, affascinante ma imperfetto, finché la figlia Beatrice, con l’aiuto di produttori di Chicago, intraprese un restauro ambizioso.
Ritrovato un negativo master in 35mm in un magazzino del New Jersey, insieme a una colonna sonora problematica registrata su un’unica traccia, si diede il via a un complesso lavoro di restauro audio e video. Grazie alla tecnologia digitale, i dialoghi furono isolati e poi ricombinati con una nuova partitura orchestrale eseguita dalla Chicago Symphony Orchestra e dal Lyric Opera Chorus. Il sonoro fu ripulito e rimasterizzato in surround stereo, migliorando sensibilmente la sincronia con le immagini.
L’ironia volle che il costo del restauro superasse il milione di dollari, somma che, se disponibile all’epoca, avrebbe evitato ogni intervento successivo. I restauratori assicurarono che “Otello” non era mai stato così nitido e sonoro, nemmeno nella notte del trionfo a Cannes.
La visione del film resta un’esperienza particolare, sempre stimolante dal punto di vista visivo ma a tratti spiazzante nella narrazione. Una certa familiarità con Shakespeare può agevolare la comprensione, nonostante le libertà che Welles si prese con il testo. “Otello” diviene così una tragedia classica fatta di processioni, posePlasticità e composizioni visive di grande impatto. Il film si apre e si chiude con un evento estraneo all’opera originale, il funerale congiunto di Otello e Desdemona, e si sviluppa attraverso l’intensa interazione tra Welles, nel ruolo del Moro, e Micheal Mac Liammoir, un Iago ambiguo e magnetico.
Questo restauro appassionato fu preceduto dal documentario tedesco del 1978 “The Filming of Othello”, in cui un anziano Mac Liammoir condivideva ricordi con Hilton Edwards. Welles stesso introduceva il documentario, divagando tra aneddoti e memorie con sullo sfondo fugaci immagini del film. Ora, “Otello” è disponibile nella forma che Welles presumibilmente desiderava, quasi a dispetto delle avversità.
Dopo la visione, si rimaneva con un senso di ambivalenza, attratti dalla forza visiva ma disorientati da una certa discontinuità narrativa. La genialità di Welles si manifestava a sprazzi, in idee registiche originali che però non trovavano sempre una coesione perfetta. Le difficoltà produttive avevano inevitabilmente lasciato il segno su un’opera titanica, grandiosa nelle intenzioni ma non sempre impeccabile nella realizzazione.
