Der Tiger
Der Tiger (2025) GER di Dennis Gansel
Fronte Orientale, autunno 1943. L’equipaggio di un carro armato Tiger, guidato dal tormentato tenente Gerkens, riceve l’ordine di infiltrarsi dietro le linee sovietiche per recuperare o eliminare un colonnello in possesso di informazioni vitali. Tra l’abuso di Pervitin (la “cioccolata dei panzer”) e la costante minaccia russa, la missione si trasforma in un’odissea allucinata dove i confini tra realtà, paranoia bellica e moralità si sgretolano sotto i cingoli del mostro d’acciaio.
Se Francis Ford Coppola avesse sostituito la motovedetta PBR di Apocalypse Now con un colosso da 57 tonnellate di acciaio Krupp, il risultato non sarebbe stato molto lontano da questo Der Tiger. Dennis Gansel, già veterano della serialità di Das Boot, dimostra una padronanza tecnica encomiabile nel trasformare lo spazio angusto della torretta in un palcoscenico espressionista.
L’estetica del metallo e del fango dal punto di vista visivo, il film è un piccolo gioiello di chiaroscuro cinematografico. La fotografia di Carlo Jelavic lavora per sottrazione: gran parte della pellicola è immersa in una notte perenne, squarciata solo dalle fiammate del cannone da 88mm o dai bagliori sinistri delle esplosioni. La scelta cromatica vira su una desaturazione quasi monocroma che enfatizza il senso di ineluttabilità. Tecnicamente, la regia eccelle nelle sequenze più “claustrofobiche”: l’uso di lenti grandangolari all’interno del carro accentua la pressione psicologica sui cinque protagonisti, rendendo lo spettatore un sesto, indesiderato occupante.
Tra realismo e allegoria Il film non è solo un “war movie” muscolare. Gansel inserisce elementi quasi orrorifici — come la sequenza del villaggio bruciato, dove i soldati tedeschi appaiono come demoni usciti da un quadro di Bosch — che elevano l’opera a una sorta di road movie degenerata. Notevole è la sequenza “subacquea” del guado del fiume: un omaggio alle reali capacità tecniche del Tiger I, ma qui trasformata in una metafora della discesa negli inferi, dove il silenzio dell’acqua amplifica il battito cardiaco dei soldati.
Il limite della memoria Se vogliamo trovare un neo a questo spartito ben eseguito, è forse l’eccessiva referenzialità. Per noi cinefili cresciuti a pane e Lebanon o Fury, alcune dinamiche di gruppo sanno di già visto. Tuttavia, l’introduzione del tema del Pervitin come motore della narrazione aggiunge uno strato di inaffidabilità al punto di vista del protagonista, portandoci a dubitare di ciò che vediamo fino a un twist finale che, seppur divisivo, ha il merito di osare oltre il canone del genere.
