La grande bellezza – Versione integrale

Il nostro parere

La grande bellezza – Versione integrale (2013) ITA di Paolo Sorrentino


Jep Gambardella, giornalista di successo e autore di un unico, giovanile romanzo, festeggia i suoi 65 anni nel cuore di una Roma decadente e barocca. Re mondano delle terrazze romane, Jep fluttua tra feste volgari e incontri con figure grottesche, finché la notizia della morte di un antico amore non rompe la sua corazza di cinismo. Inizia così un pellegrinaggio esistenziale tra sacro e profano, alla ricerca di quel lampo di “grande bellezza” che possa giustificare una vita spesa a “far fallire i cocktail party”.


Inutile girarci intorno: il confronto con La dolce vita è un’esca che Sorrentino lancia con sapiente malizia. Tuttavia, dove Marcello Rubini era un uomo in divenire, il Jep di un immenso Toni Servillo è un uomo arrivato al capolinea, un “apparato umano” che osserva il mondo con un sorriso sghembo e una stanchezza dantesca.

Dal punto di vista tecnico, il film è un tour de force di opulenza visiva. La direzione della fotografia di Luca Bigazzi non si limita a illuminare Roma; la seziona con tagli di luce caravaggeschi e una palette cromatica che vira dai blu elettrici delle notti mondane agli ori caldi dei palazzi nobiliari. La macchina da presa di Sorrentino è in moto perpetuo: il suo uso del piano-sequenza e dei lunghi movimenti di macchina è l’antitesi della staticità contemplativa di Antonioni. Se ne La Notte la cinepresa restava immobile a testimoniare l’alienazione, qui essa diventa un flâneur instancabile, specchio del movimento incessante eppur vacuo di Jep. Questi movimenti fluidi, realizzati con una steadycam che sfida la gravità, servono a legare mondi opposti, annullando le distanze fisiche per sottolineare un’unica, livellante vacuità.

I riferimenti a Federico Fellini non sono semplici citazioni, ma vere e proprie rielaborazioni tematiche. Se in Guido cercava un ordine nel caos della creazione, Jep cerca un senso nel caos della dissipazione. Il casting è puramente felliniano: volti deformati dalla chirurgia o dal tempo che richiamano le caricature de I Clowns, mentre la figura della “Santa” è un’evoluzione misticheggiante di quei personaggi totemici, come la Saraghina, che irrompono nella realtà borghese portando un misticismo muto. Come l’ “Asa Nisi Masa” di Guido, il ricordo del mare rappresenta per Jep l’unica “radice” ancora capace di nutrire un’anima inaridita.

Filosoficamente, l’opera si configura come un trattato sul divertissement inteso in senso pascaliano. Jep e la sua corte si dedicano a un intrattenimento frenetico — un “chiasso” esistenziale — per non dover affrontare l’angoscia del silenzio e della morte. Le feste a ritmo di techno sono “distrazioni” necessarie a nascondere l’insignificanza dell’esistenza. Sorrentino mette in scena quello che Céline definiva il “viaggio immaginario”: un percorso verso la fine della notte dove l’unico approdo è la consapevolezza dell’inconsistenza del tutto.

L’approccio di Sorrentino sfiora il nichilismo attivo di stampo nietzschiano: Jep sa che non c’è nulla dietro il sipario, eppure decide di abitare quel nulla con eleganza. Egli è il dandy che ha compreso la vanità delle sovrastrutture sociali (si veda la spietata “vittoria” dialettica sulla colta amica Stefania), riducendo la vita a una serie di “chiacchiere e pettegolezzi”. Tuttavia, la ricerca della “Grande Bellezza” non è altro che la tensione verso l’Assoluto che la secolarizzazione ha rimosso: il Cardinal Bellucci, che parla solo di ricette di cucina anziché di spirito, rappresenta il fallimento della risposta religiosa, lasciando l’uomo moderno solo davanti all’estetica come unica, fragile forma di etica rimasta.

La bellezza per Sorrentino non è salvifica nel senso dostoevskijano, ma è un anestetico. È il “trucco” che permette di sopportare il peso di una città, Roma, che con la sua eternità schiaccia la transitorietà degli uomini. La bellezza appare solo per sottrazione, negli intermezzi tra una festa e l’altra, nel silenzio dei chiostri o nel volo dei fenicotteri: momenti in cui il tempo si ferma e il “viaggio” sembra finalmente trovare una tregua nel bagliore del ricordo.

Per chi volesse approfondire, la versione integrale (173 minuti) trasforma questo concerto barocco in una sinfonia più cupa. Se da un lato guadagna in profondità grazie a dialoghi cruciali sul declino creativo (come l’incontro con l’anziano regista), dall’altro soffre di una certa ridondanza narrativa che può saturare i sensi. La versione cinematografica rimane più equilibrata, ma quella estesa è un passaggio obbligato per chi vuole esplorare ogni anfratto della disperazione di Jep.

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