Cattivissimo me 4
Cattivissimo me 4 (2024) USA di Chris Renaud
L’ex cattivone Gru, ora padre di prole allargata con tanto di neonato insofferente, si ritrova a fare i conti con un vecchio rancore scolastico che spunta fuori in maniera decisamente… insettoide. Tra traslochi forzati e vicini di casa con velleità da supercattivo, la famigliola dovrà sbrogliare una matassa di piani malvagi conditi da un’orda di scagnozzi gialli fuori di testa.
Il quarto capitolo di “Cattivissimo Me” non si candida certo per l’Oscar, ma se il genere vi garba, state pur certi che vi strapperà più di una risata. Anzi, più le gag sono sceme e senza un apparente filo logico, più si finisce per sbellicarsi. Spesso sullo schermo si assiste a un umorismo basico come un papà che fa finta di sbagliare a infilare un calzino al figlio, esclamando “Ops!” a ogni tentativo fallito. E Gru, il cattivo redento con un passato da villain combattente, si atteggia a padre-animatore improvvisato, borbottando frasi insensate anche quando non ci sono marmocchi (o Minion infantili) nei paraggi. È l’ex supercriminale trasformato in papà imbranato, e la sua comicità raggiunge l’apice quando si rende ridicolo di proposito o per sbaglio.
La regia di Chris Renaud, già dietro ai primi due episodi e a “Pets – Vita da animali”, confeziona un film che sembra quasi un patchwork, non fatto con pigrizia, intendiamoci, ma con la precisa intenzione di “mettiamo insieme un mucchio di cose che ci fanno ridere e le leghiamo con qualche filo di trama”. Il risultato è altalenante, ma nel complesso piacevolmente irriverente. Ricorda le commedie più riuscite di Mike Myers o Will Ferrell, le demenzialità dell’Ispettore Clouseau ai tempi d’oro (con scazzottate karateke che durano un’eternità), o i Marx Brothers della tarda era, quando i “ragazzi” erano quasi sessantenni e lasciavano agli stuntman le scene più acrobatiche, ma si ride comunque perché tutti sanno cosa funziona.
In questo episodio, il ruolo del cattivo spetta a Will Ferrell, che presta la voce a un altezzoso francese di nome Maxime Le Mal, ex compagno di scuola di Gru al Lycée Pas Bon (una sorta di Hogwarts per supercattivi). Il film sposta poi Gru e la sua famiglia in una casa malandata in un quartiere periferico pretenzioso pieno di ville pacchiane, assegnando loro false identità e nomi in codice snob che puntualmente dimenticano (Gru dovrebbe essere un venditore di pannelli solari e Lucy una parrucchiera d’élite). Sembra quasi che il film stia preparando un’atmosfera alla “Cape Fear”, dove criminali implacabili (ed ex criminali inclini al caos) mettono a soqquadro le vite di ipocriti e benpensanti, solo per impedire a Maxime e Valentina di realizzare il loro piano fino a quasi la fine del film. Molte gag tra Gru e Maxime si perdono in questo modo.
Ma l’umorismo demenziale compensa, con una scena in cui una ricca vittima delle disastrose acconciature di Lucy la insegue in un supermercato come il T-1000 in “Terminator 2 – Il giorno del giudizio” (e ovviamente citano la colonna sonora di Brad Fiedel). Non mancano nemmeno le “chicche” visive alla “Simpsons” dei primi tempi che prendono in giro il consumismo blandamente allegro della cultura americana. Il reparto cereali del supermercato offre prodotti come “Skinny Bits”, “Fluffy” e “Atomic Sugar Bombz”. Il design degli abitanti del sobborgo sbeffeggia i cliché moderni di abbigliamento, cura personale e chirurgia plastica/Botox in un modo che potrebbe far sentire “visti” alcuni genitori, in maniera piuttosto imbarazzante. Vengono aggiunti al cast principale potenziali personaggi ricorrenti, in particolare la ragazza adolescente della porta accanto, Poppy Prescott (Joey King), che sogna di diventare una supercattiva e trascina Gru in un piano raffazzonato per rubare una mascotte dalla sua vecchia scuola.
Ci sarebbe molto altro da dire sulla trama del film, per quel che è. Ma ciò che passa per sceneggiatura (firmata da Ken Daurio e Mike White, già collaboratori per “Migration – Un volo incredibile”) è più simile a un insieme di istruzioni per i filmmakers, affinché una battuta o una reazione a catena di gag interconnesse possano essere messe in scena e risolte. A volte sembra quasi che White e Daurio scrivano meno per la struttura narrativa e più per fornire ai doppiatori e agli animatori materiale grezzo che possa sfociare in una gag visiva folle con bizzarri tocchi di classe, come quando Gru si inietta accidentalmente una siringa piena di sedativo nella gamba, per poi cavalcare un Minion come un minuscolo asino usando la sua gamba insensibile come frustino. Altri momenti sono fugaci, radicati nel linguaggio del corpo distintivo di un personaggio, e possono essere gustati come si apprezzerebbe un dettaglio in una performance comica dal vivo, come Poppy e il suo gatto che giocano a Dance Dance Revolution (entrambi con la stessa espressione rigida e concentrata), o Gru che viene quasi inghiottito dalla poltrona a sacco di Poppy per poi incrociare delicatamente le gambe alle ginocchia. Naturalmente, l’esercito dei Minion è in prima linea per le gag slapstick. Ci danno dentro in stile “Tre marmittoni”, tra cadute rovinose, scherzi e schiaffi, inzuppandosi a vicenda di sostanze viscose, sghignazzando, borbottando e ridacchiando.
Oggi si ha la strana abitudine di chiedersi se un determinato film sia “necessario”. Qualunque cosa significhi questa domanda, se davvero significa qualcosa, questo film non è necessario, ma è così orgogliosamente fiero della sua non-necessarietà che si può finire per apprezzare la sua serena fiducia in sé stesso. Restate durante i titoli di coda e vedrete uno dei Minion – mutato in stile X-Men in un supereroe con una testa a cono capace di levitare e volare – che sale dal fondo dello schermo, scende dall’alto o entra di lato, per poi allontanarsi borbottando.
