Better Man
Better man (2024) UK di Michael Gracey
Il film ripercorre l’ascesa e le turbolente vicende di Robbie Williams, dagli esordi nella boy band Take That alla sua strepitosa carriera solista. Attraverso uno sguardo intimo e irriverente, si esplorano le sue fragilità, le dipendenze e il costante bisogno di riconoscimento paterno. La narrazione adotta una chiave surreale e inaspettata, con lo stesso Robbie Williams che si “trasforma” in una scimmia in CGI per raccontare la sua storia. Tra eccessi, successi planetari e battaglie interiori, emerge il ritratto di un artista complesso e profondamente umano.
Questo biopic si preannuncia come un’esperienza cinematografica fuori dagli schemi. Dimenticatevi le classiche narrazioni lineari: qui la vita del celebre artista britannico viene ripercorsa in modo decisamente inatteso, con un protagonista… particolare. In un colpo di genio surreale, Robbie Williams viene interpretato da una scimmia creata in CGI. Questa scelta, apparentemente bizzarra, si rivela sorprendentemente efficace nel catturare l’essenza tormentata e autoironica dell’artista. Si percepisce il desiderio di riconoscimento paterno, un filo conduttore che lo spinge fin dagli inizi, quando il padre lo introduce al mondo dello spettacolo, inculcandogli l’idea di non dover essere un “nessuno”, pur non riuscendo lui stesso a sfondare. Nonostante ciò, il giovane Robert (la cui voce narrante e canora è dello stesso Williams) trova un porto sicuro nell’amore della madre e della nonna.
La narrazione è arricchita dalla voce fuori campo dello stesso Williams, un fiume in piena di commenti sardonici, irriverenti e spudoratamente onesti sui personaggi e le situazioni che hanno costellato la sua esistenza. Questa schiettezza disarmante, frutto delle lunghe conversazioni con il regista Michael Gracey, offre uno sguardo inedito e senza filtri sull’intimità dell’artista, svelando le sue fragilità e insicurezze celate dietro una facciata da eterno Peter Pan, trascinato sul palco per esibirsi come una “scimmia ammaestrata”.
Gracey non edulcora le battaglie interiori di Williams, le sue dipendenze e il suo complesso rapporto con la fama. Le sue insicurezze prendono forma in inquietanti figure che lo perseguitano durante le esibizioni, sussurrandogli di essere un impostore, un “nessuno”, eco delle antiche parole paterne. Questa lotta interiore lo porta a smarrire i passi di danza con i Take That e a cercare rifugio nell’alcool e nelle droghe, un percorso autodistruttivo che culmina con l’allontanamento dalla band e una scena automobilistica carica di tensione, metafora della sua discesa negli abissi. Proprio in questi momenti più oscuri, “Better Man” sprigiona la sua forza, con sequenze oniriche e montaggi frenetici che restituiscono allo spettatore la sensazione di vertigine e smarrimento vissuta dal protagonista. Sappiamo che la sua rinascita solista sarà ancora più clamorosa, ma i demoni interiori non lo abbandonano. Il culmine emotivo si raggiunge durante il leggendario concerto di Knebworth nel 2003, di fronte a centinaia di migliaia di persone, dove Robbie decide di affrontare le sue ombre in modo tanto drastico quanto surreale, con una messa in scena visivamente potente e inaspettata per un biopic musicale.
E ci si dimentica ben presto di star guardando una scimmia. La tecnologia CGI, degna dei film de “Il pianeta delle scimmie”, dona espressività intensa al volto del protagonista, tanto da empatizzare con lui, desiderando proteggerlo dalle manipolazioni del manager, dalle sue dipendenze e dal suo stesso ego. La scena in cui, ancora membro dei Take That, canta “Relight My Fire” sotto lo sguardo scettico di Martin-Smith e Barlow dietro il vetro, è un pugno nello stomaco. La scelta di rappresentarlo come un animale rende paradossalmente più credibili le sue reazioni istintive, ma al contempo ne sottolinea la vulnerabilità umana. Un azzardo che si rivela una mossa vincente: l’arroganza e la sfrontatezza del Williams “uomo” potrebbero risultare indigeste a qualcuno, ma la sua versione “scimmia” conquista immediatamente il pubblico.
“Better Man” è anche una celebrazione del ricco repertorio musicale di Robbie Williams. Come già visto in “The Greatest Showman”, Gracey trasforma i momenti musicali in esplosioni di energia visiva. Spettacolare è la vibrante interpretazione di “Rock DJ” su Regent Street, con centinaia di ballerini che simboleggiano l’apice del successo dei Take That. Ma anche nelle scene più intime, la musica gioca un ruolo fondamentale, come nel romantico incontro in maschera tra Robbie e Nicole Appleton delle All Saints sulle note di “She’s the One”. L’energia di “Let Me Entertain You” fa da colonna sonora alla surreale battaglia di Knebworth contro i suoi demoni. Peccato, forse, per la scelta di affidare il momento catartico finale a un brano altrui (“My Way” di Sinatra), che stempera un po’ l’impatto conclusivo per un artista del calibro di Williams.
“Better Man” è un film che rispecchia l’anima del suo protagonista: un mix di ambizione sfrenata e bisogno di riconoscimento, brutalità controllata ed energia inesauribile, il tutto condito da una sana dose di autoironia. Certo, l’ego di Williams è notoriamente debordante, ma quanto è rinfrescante vederlo non prendersi troppo sul serio e osare scelte narrative così audaci? Quella che sulla carta poteva sembrare una trovata assurda – un protagonista scimmia in CGI – si rivela il cuore pulsante di un biopic dinamico e toccante. Nonostante qualche piccola sbavatura, l’energia travolgente e l’alto tasso di intrattenimento fanno passare in secondo piano ogni difetto.
