Aspirante vedovo
Aspirante vedovo (2013) ITA di Massimo Venier
Alberto, un costruttore sfortunato sposato con una ricca e perfida squalo della finanza, sogna di affrancarsi dalla sua ombra. La presunta morte della moglie in un incidente aereo illude Alberto di una nuova vita, ma il suo ritorno lo getta nello sconforto. Decide quindi di architettare un piano per eliminarla e godersi l’eredità, ma la perfezione è un miraggio.
Non si vuole qui fare un confronto diretto tra questo film e il suo predecessore. Pregi e difetti di quest’opera di Massimo Venier sono originali e non vanno analizzati alla luce del capolavoro di Dino Risi. Questa precisazione è necessaria per evitare sterili confronti tra opere diverse, nonostante una trama di partenza simile. La carica eversiva di questa commedia è blanda, e si basa su personaggi definiti che agiscono in una Milano piena di opportunità, ma non per tutti. Sullo sfondo emerge la brama di chi sfrutta la crisi, incarnata da Susanna, cinica e fortunata in un mondo che amplifica le disuguaglianze. Al contrario di Alberto, un disastro, Susanna ha successo in tutto.
Rari momenti di umorismo nero invitano a riflettere su certe alleanze e su un buonismo di facciata. Una pillola amara che avrebbe avuto più impatto con più risate. Invece, lo spirito caustico si manifesta con battute sgradevoli. La coppia Littizzetto-De Luigi non supera lo stereotipo carnefice-vittima, e le loro azioni risultano soffocate dalla pesantezza dei personaggi. Alberto ha poco di diabolico e il suo desiderio di riscatto è infantile; Susanna ripete la ricerca di uomini falliti. È un film malinconico, come un paese con una classe dirigente privilegiata che produce miseria, che non fa sognare, non fa ridere, rendendo inutile la satira. Ma non è solo questa tristezza a rendere imperfetta una pellicola con buone interpretazioni. Raccontare il proprio tempo è cruciale per un buon film, soprattutto una commedia. Questo film non centra il bersaglio, si avvicina timidamente, dietro una storia che invece la sua epoca l’aveva colta appieno. Alberto Nardi, quarantacinquenne che finge successo, è mantenuto dalla moglie Susanna, figura di spicco dell’economia. Lei lo sopporta a fatica, ma lui fantastica di liberarsene per l’eredità.
Questo film comico fa ridere poco per mancanza di ritmo, cura nelle battute, costruzione delle gag e rispetto del tempo comico. Si limita a recitare il ruolo di opera “scorretta”, ma battute sugli immigrati morti, preti distratti e industriali corrotti non bastano per definirlo “cattivo”. Anche nella farsa si esasperano i vizi dei potenti. Questo film non è sarcastico: è la stanca ripetizione di uno schema, con De Luigi e la Littizzetto che ripropongono i propri cliché, aggrappandosi alla contemporaneità solo per appeal, senza una reale intenzione di giocare con la realtà.
Nell’Alberto Nardi di Sordi c’era l’omuncolo pronto all’omicidio per il sogno di ricchezza, ma anche il “ruggito” di una nuova Italia abbagliata dal capitalismo. Ne “Il vedovo” si intravedeva “Una vita difficile”. Più comoda e inutile la via intrapresa da questo film, figlio di un’epoca che impone di “essere innocui”. Un tempo la commedia all’italiana sbalordiva la borghesia; oggi, la fa sbadigliare.
