Napoli-New York
Napoli-New York (2024) ITA di Gabriele Salvatores
Nella Napoli del dopoguerra, i giovani orfani Carmine e Celestina s’imbarcano clandestinamente per New York, con la speranza di ritrovare la sorella maggiore di lei. Il loro viaggio attraverso Ellis Island li porta a confrontarsi con una realtà americana ben diversa dalle aspettative, segnata dal razzismo. A bordo del piroscafo incontrano Domenico Garofalo, un commissario che inaspettatamente si prende cura di loro. Tra difficoltà e nuove conoscenze, i due ragazzi affrontano un percorso di crescita e scoperta nella Grande Mela. Il loro sogno americano si scontra con le dure leggi di una terra promessa non sempre accogliente.
“Napoli – New York”, pur nascendo da un’idea di giganti come Fellini e Pinelli e narrando la toccante storia di due giovani orfani napoletani in cerca di fortuna nella New York del dopoguerra, si rivela una delusione. Il film di Salvatores, anziché immergersi nella complessità storica e nelle sfumature emotive di un’epoca di transizione, preferisce rifugiarsi in un immaginario edulcorato e superficiale, eludendo qualsiasi pretesa di veridicità storica.
A differenza di opere simili che riescono a mascherare le proprie limitazioni produttive con scelte stilistiche audaci, “Napoli – New York” svela la sua artificiosità, soprattutto nell’uso di fondali digitali che rendono gli esterni newyorkesi posticci e poco convincenti. Salvatores sembra rinunciare a una messinscena grandiosa, comprensibile vista la portata del progetto, ma non riesce ad imbastire un’operazione visivamente stimolante che dialoghi in modo originale tra l’immaginario neorealista italiano e quello americano visto con occhi europei. Giunto a New York dopo una prima parte ambientata a Napoli con un’impronta quasi televisiva, il film non si preoccupa minimamente di rendere credibili le scenografie ricostruite, rivelando una noncuranza che appare più come povertà espressiva che come scelta stilistica consapevole.
“Napoli – New York” non si configura come un autentico percorso di scoperta o una riflessione sulle proprie radici, come avrebbe potuto e dovuto essere per un regista nato a Napoli nell’anno precedente agli eventi narrati e da sempre legato all’immaginario americano. Fin dal titolo asciutto, il film appare come un viaggio immobile, più vivo nell’idea di partenza che nella sua realizzazione sullo schermo. L’omaggio al cinema del passato si traduce in un’operazione piatta e ripetitiva, che spreca l’occasione di offrire uno sguardo più originale e di interrogarsi sull’attualità di quell'”American Dream” che oggi appare ben più complesso e contraddittorio.
L’unico sprazzo di contemporaneità si intravede nella sequenza dell’arrivo degli immigrati italiani trattati in modo degradante, un parallelo fin troppo timido con le dinamiche migratorie odierne. Poco per un film che avrebbe potuto osare di più nel raccontare le risonanze tra passato e presente.
