We live in time – Tutto il tempo che abbiamo
We live in time – Tutto il tempo che abbiamo (2024) UK di John Crowley
Luna, chef vulcanica e piena di vita, e Tobias, un uomo più quadrato e riflessivo che lavora per un’azienda di cereali, vedono le loro vite scontrarsi, letteralmente, a causa di un banale incidente d’auto. Da questo incontro improbabile nasce una storia d’amore intensa, che li porta a costruire una famiglia e un futuro insieme. La loro felicità, però, viene messa a dura prova dall’ombra incombente della malattia di lei, che costringe entrambi a rinegoziare i termini del loro tempo e del loro legame.
Sgombriamo subito il campo da equivoci: il filmone strappalacrime sulla coppia perfetta colpita dalla tragica fatalità è un format che ha già dato, spesso con risultati stucchevoli che sembravano usciti da una catena di montaggio post-Le pagine della nostra vita. Eppure, We Live in Time riesce a schivare la trappola del già visto, pur maneggiando materiale emotivamente radioattivo. Lo fa con un’idea tanto semplice quanto spiazzante: frullare la linea temporale. La sceneggiatura rifiuta l’ordine cronologico e ci sbatte da un momento all’altro della relazione tra Almut e Tobias senza cartelli indicatori, usando solo lo stato fisico di lei – una pancia che cresce, una testa rasata dalla chemioterapia – come bussola.
Questa struttura a puzzle, che per alcuni spettatori abituati alla pappa pronta potrebbe risultare indigesta, è in realtà la forza del film. Si salta dal primo, goffo appuntamento ai giorni cupi della malattia, dalla gioia caotica di una scena del parto memorabile alle tensioni di una vita coniugale consolidata. Il disordine non è casuale, ma segue una logica emotiva, quella di una memoria che, di fronte alla fine, ripesca i momenti cruciali senza un ordine preciso. Questo gioco narrativo diventa un terreno di sfida per i due protagonisti, che probabilmente hanno visto in questa complessità un’occasione d’oro.
E che occasione. Florence Pugh, la cui bravura è ormai una certezza consolidata, si carica sulle spalle il peso narrativo con naturalezza, trasmettendo un’intera gamma di emozioni con una semplicità disarmante. Ma è Andrew Garfield a brillare di una luce inaspettata. Liberatosi definitivamente del costume da Spider-Man, sfodera una performance delicata, mettendo a nudo una vulnerabilità che buca lo schermo. La loro alchimia è palpabile, concreta, e il loro rapporto è descritto con una maturità che non teme di mostrare l’intimità e la fisicità, alla faccia delle recenti tendenze puritane del cinema.
Certo, si percepisce a tratti la volontà di premere i tasti giusti per innescare la commozione. E se si vuole proprio trovare il pelo nell’uovo, si potrebbe dire che l’estetica di alcune scene, con la sua luce impeccabile e i suoi interni da rivista patinata, stride un po’ con l’intelligenza emotiva della scrittura e della recitazione, rischiando di scivolare nell’immaginario pubblicitario della famiglia felice. Ma è un difetto veniale, perché l’opera si concentra su altro: sulle piccole cose, su quei dettagli fugaci e universali che tessono la trama di un’esistenza. Si parla dei misteri del tempo, della traccia che lasciamo negli altri, anche solo insegnando il modo corretto di rompere le uova per una torta.
