Il giorno dell’incontro
Il giorno dell’incontro (2023) USA di Jack Huston
Mike Flannigan è un pugile di Brooklyn che non sale sul ring da un decennio. Proprio quando gli si presenta l’occasione di un match che potrebbe rilanciare la sua carriera, scopre di avere un aneurisma cerebrale che trasformerebbe ogni pugno incassato in un potenziale biglietto per l’aldilà. Decide così di vivere quella che potrebbe essere la sua ultima giornata sulla Terra per chiudere i conti in sospeso, in un pellegrinaggio laico tra le strade del suo quartiere prima dell’incontro finale.
Jack Huston, nipote di quella leggenda che risponde al nome di John, esordisce alla regia con un’opera che sembra un gigantesco e sentito frullato di citazioni dal cinema che conta. L’uso del bianco e nero e la presenza di un Joe Pesci in versione produttore esecutivo e cantante della title track urlano “Toro Scatenato” da ogni fotogramma, anche se il protagonista qui è lontano anni luce dalla furia rabbiosa di Jake LaMotta. Il Mike di Michael Pitt assomiglia più a un reduce, un’anima gentile e ammaccata che cerca la propria redenzione, un parente alla lontana del B-Rabbit di “8 Mile” con cui condivide la passione per i berretti di lana calati sulla testa. La pellicola è un distillato di cliché del genere pugilistico, ma riesce comunque a mandare a segno i suoi colpi grazie a un’atmosfera solenne e a interpretazioni sentite.
Huston, da attore qual è, si concentra più sulla costruzione di momenti intimi e vulnerabili tra i suoi personaggi che sull’originalità della trama. L’intero film è un susseguirsi di duetti tra il protagonista e le figure chiave della sua vita. Michael Pitt, con un volto segnato dal tempo ma con un’aura ancora giovanile, offre una performance misurata e ricca di sfumature, interpretando un re dei falliti per cui è impossibile non fare il tifo. Il suo Mickey, che a malapena riesce a scrivere una dedica per la figlia senza fare errori e vive in un appartamento spoglio con la sola compagnia di un gatto, si muove nel mondo con la delicatezza di chi ha già perso tutto. Il fatto che Pitt sia stato un pugile semi-professionista prima di darsi al cinema aggiunge un ulteriore strato di autenticità al tutto.
Il cast di contorno è un vero lusso. Ron Perlman è semplicemente perfetto nel ruolo dell’allenatore sboccato e profano, un maestro di vita e di bestemmie. L’apparizione di Joe Pesci, strappato a un meritato pensionamento per interpretare il padre malato di Alzheimer, è un colpo da maestro; il suo è un silenzio che pesa come un macigno. Nicolette Robinson, nel ruolo dell’ex moglie, regala un’intensa e toccante performance canora. La sceneggiatura, a voler trovare il pelo nell’uovo, pecca di una certa ridondanza, svelando quasi subito il tragico segreto del protagonista e ribadendolo più volte con flashback non sempre necessari, come se non si fidasse abbastanza dell’intelligenza dello spettatore.
