Thunderbolts
Thunderbolts (2025) USA di Jake Schreier
Il mondo sembra essere sull’orlo del baratro. Valentina Allegra de Fontaine, che è finita sotto la lente d’ingrandimento del Congresso per alcune sue “operazioni segrete”, decide che è il momento di far sparire le prove e, già che c’è, anche i testimoni. La trappola che ha teso non funziona come sperato e alcuni personaggi un po’ marginali dell’universo Marvel, come la Vedova Nera Yelena Belova, lo pseudo-Captain America John Walker e Spettro, si ritrovano a dover fare squadra per sconfiggerla. A loro si uniscono il Guardiano Rosso, Bucky Barnes e un tizio misterioso di nome Sentry che si rivelerà la minaccia più grande di tutte.
Sembra che l’MCU, dopo una serie di colpi a vuoto e film che hanno deluso anche i fan più accaniti, abbia finalmente capito che c’è qualcosa da aggiustare. E così, con Thunderbolts*, tentano una nuova strada, un po’ come un aspirante rockstar che, dopo un album fallimentare, decide di suonare del blues per tornare alle origini. Si abbandona il delirio del multiverso e si torna a un approccio più “terreno”. Il risultato? Un film che non è un capolavoro, ma che almeno ha il pregio di non essere un disastro totale, a differenza di certi predecessori recenti. Se da un lato l’inizio è un po’ lento, con scene che sembrano scritte per adempiere a un obbligo contrattuale, dall’altro il film ingrana la marcia e riesce a trovare una sua dimensione.
L’idea di mettere insieme un gruppo di “eroi di scorta”, personaggi che vivono all’ombra dei loro cugini famosi, funziona a sorpresa. Certo, non è una novità, è palesemente ispirato a Suicide Squad della DC, ma almeno ha un suo perché. Il film prova a scavare nelle profondità dei personaggi, specialmente in quelli di Yelena, perseguitata dal ricordo della sorella, e di Sentry, che nasconde un alter ego oscuro. Peccato che, per fare questo, ricorra a un tripudio di battutine e gag che rendono l’azione fin troppo scanzonata e, quando si prova a diventare seri, si cade nel banale. La narrazione è lineare, non ci sono troppe forzature, e le scene d’azione, anche se non innovative, riescono a intrattenere senza strafare.
La vera forza del film sta nel suo cast. Sebbene alcuni attori sembrino un po’ annoiati dal ruolo (ciao, Sebastian Stan), altri, come la splendida Florence Pugh (sempre impeccabile), riescono a dare spessore ai loro personaggi. Lei, in particolare, utilizza la depressione di Yelena non come una scusa, ma come una linea guida per esplorare il suo personaggio. Anche David Harbour, nei panni del Guardiano Rosso, si diverte un mondo a fare da spalla comica. Nonostante la fotografia sia spesso troppo scura e un po’ monocromatica, quasi a voler riflettere il tono serioso del film, il risultato finale non è da buttare.
Insomma, Thunderbolts*, pur non avendo lo stesso impatto culturale di un tempo, potrebbe essere una buona scommessa per riportare i fan a questo universo. È una pellicola che sembra voler ammettere gli errori del passato e rimettersi in carreggiata, ricordandoci che, in fondo, l’umanità dietro l’eroismo è ancora il cuore di tutto. Forse, in un periodo in cui i film sui supereroi sembrano aver perso la loro magia, questi antieroi di seconda categoria sono proprio quello di cui avevamo bisogno.
