Colpo di stato
Colpo di stato (1969) ITA di Luciano Salce
Il film ci catapulta in un futuro non troppo lontano, il 1972, durante le elezioni politiche italiane. Quello che sembra un normale scrutinio si trasforma in un incubo per l’establishment: il Partito Comunista Italiano vince le elezioni. Il panico si diffonde a macchia d’olio, gli Stati Uniti allertano i missili, i ricchi fuggono e l’esercito medita un golpe. Ma il colpo di scena è dietro l’angolo: saranno gli stessi comunisti, d’accordo con l’URSS, a dichiarare che i risultati sono stati un errore, per evitare di prendere in mano le redini del potere.
Se c’è un film italiano che ha avuto una vita travagliata e misteriosa, questo è senza dubbio Colpo di stato di Luciano Salce. Uscito nel 1969, è stato praticamente cancellato dalla faccia della terra. Una sparizione che ha del clamoroso, tanto che persino il regista, che ci teneva tantissimo, si è ritrovato l’opera smantellata senza appello. Questo film, che in pochi hanno visto, è diventato una specie di reliquia nascosta, un oggetto di culto per i pochi audaci che sono riusciti a scovare una copia nei labirinti della Cineteca Nazionale. Gira, per la verità, una copia su youtube che noi linkiamo, qualora qualcuno volesse recuperare, per quanto possibile, questa perla.
All’epoca della sua uscita, in pieno ’68, questo esperimento di Salce fu accolto con un’alzata di spalle generale. I critici lo fecero a pezzi, spaventati dai suoi contenuti, e il pubblico non se lo filò di striscio. La distribuzione fu così scarna che sembrava un film fantasma. Si dice che sia apparso in TV solo poche volte, a metà degli anni ’80 e all’inizio dei ’90, per poi scomparire di nuovo.
Per fortuna, qualcuno si è ricordato di lui. A Venezia, nel 2004, è stato rispolverato per una retrospettiva, un evento che ha permesso a questa gemma perduta di brillare di nuovo. E non si tratta di una semplice commedia politica alla Vogliamo i colonnelli di Monicelli. Colpo di stato è un film libero, anarchico, che gioca con i generi come se fossero mattoncini del Lego. È un pasticcio geniale di film-inchiesta, commedia folle, pseudo-documentario e persino tragedia greca, con tanto di coro che commenta le vicende.
Salce non ha paura di osare, mescolando linguaggi e stili. Usa la macchina a mano, fa un montaggio spezzettato e butta nel calderone elementi di reportage e cinéma-verité, come se fosse un’intervista televisiva. Si prende gioco di tutto e tutti, dal PCI (che non ha nessuna voglia di governare) alla RAI (che si allinea subito al potere del momento), passando per la Democrazia Cristiana e il Vaticano, con suore che accompagnano al voto anziani che sembrano già a un passo dall’aldilà.
In una scena memorabile, i vertici del PCI accusano l’establishment di voler affidare loro il governo solo per farli rimediare ai loro anni di ruberie. È la satira che graffia, che non risparmia nessuno e che dimostra come Salce avesse capito tutto sulla politica italiana.
Nonostante la povertà di mezzi, il film è tecnicamente selvaggio e sorprendente, con una libertà espressiva che pochi si potevano permettere all’epoca. La sua maledizione è stata proprio questa: aver urtato la sensibilità di un potere che non perdona. Eppure, a distanza di anni, la pellicola mantiene intatta la sua genialità e la sua attualità, dimostrando che il gioco della politica, in fondo, non è cambiato poi molto.
