Babygirl
Babygirl (2024) USA di Halina Reijn
Quando si ha tutto, il successo, un marito affascinante, delle figlie meravigliose, ma manca la cosa più importante, il piacere. La vita della CEO Romy, impeccabile in superficie, nasconde un inconfessabile segreto: l’incapacità di raggiungere l’orgasmo, che cerca di rimediare guardando segretamente dei film porno in bagno. L’incontro con il giovane e inquietante stagista Samuel, dal contegno insolitamente spavaldo e privo di sudditanza, risveglierà in lei dei desideri profondi e repressi, dando il via a un percorso di liberazione che metterà a repentaglio l’intera esistenza.
Il film di Halina Reijn è un erotic thriller sfrontato, che non perde tempo in preamboli ma arriva dritto al punto. La regista scarta subito il cliché della vita apparentemente perfetta che nasconde un segreto, per addentrarsi senza mezzi termini nel gioco di potere, sesso e fantasie che si instaura tra la protagonista e il suo giovane stagista. Il desiderio sopito di Romy di essere sottomessa e dominata, trova un inaspettato riscontro nell’atteggiamento di Samuel, che con una disarmante onestà, riesce a penetrare le sue insicurezze. Un ribaltamento dei ruoli sociali e psicologici che, nonostante qualche spunto un po’ inflazionato, riesce a creare una tensione costante e una dinamica affascinante.
Certo, la pellicola potrebbe non essere un capolavoro di originalità, ma l’intento è chiaro: esplorare senza tabù la psiche di una donna che, per ritrovare se stessa, deve abbandonarsi ai suoi desideri più inconfessabili. A tal proposito, la colonna sonora orchestrale di Cristobal Tapia de Veer, pur maestosa, riesce a non prendersi troppo sul serio, e le tracce iconiche, come il classicissimo “Never Tear Us Apart” degli INXS o “Father Figure” di George Michael, donano un’ulteriore dimensione al racconto. La regia poteva evitare l’eccesso del patinato, la rappresentazione del sesso un po’ troppo voyeuristico, anche se queste cadute non ledono complessivamente il film.
A emergere, sopra un’imperiosa Nicole Kidman che non ha paura di mettersi in gioco, è la performance di Harris Dickinson. Non è una rivelazione, visto che il giovane attore ha già dimostrato il suo talento in ruoli eccezionalmente diversi, da Beach Rats a Triangle of Sadness, confermando una dote rarissima in un attore maschile: la capacità di essere l’oggetto del desiderio e di esserne pienamente consapevole, senza imbarazzo, con una nonchalance quasi innata. La sua interpretazione è il perno su cui si regge l’intera, delicata, struttura del film.
In ogni caso, Babygirl si pone come un’opera che, pur muovendosi in territori già esplorati, cerca di dare una propria impronta personale.
