The dressmaker – Il diavolo è tornato
The dressmaker (2015) AUS di Jocelyn Moorhouse
Nel 1951, l’algida e talentuosa Myrtle “Tilly” Dunnage torna nell’arido avamposto australiano di Dungatar, da cui fu esiliata da bambina con l’accusa di omicidio. Armata solo di una macchina da cucire Singer e di un gusto impeccabile per l’haute couture parigina, Tilly trasforma le donne del luogo in icone di stile mentre cerca di dipanare la nebbia dei propri ricordi traumatici. Tra vendette sartoriali e passioni improvvise, la protagonista cercherà di capire se è davvero “maledetta” o se la vera mostruosità risieda nella bigotta ipocrisia dei suoi compaesani.
The Dressmaker non è solo un film, è un’esplosione di stile che dimostra come il cinema possa ancora osare, mescolando i generi con spavalderia e coraggio. Il pregio più grande di Jocelyn Moorhouse è quello di aver creato un Western Sartoriale. La sequenza d’apertura, con Tilly che scende dal treno come un pistolero di Clint Eastwood ma con una custodia per macchina da cucire al posto della fondina, folgora letteralmente lo spettatore grazie al contrasto tra i suoi colori e il deserto di Dungatar. La regia è vibrante, capace di valorizzare non solo le straordinarie interpretazioni — una Kate Winslet in stato di grazia e una Judy Davis irresistibile nel ruolo della madre — ma anche il potere narrativo del costume.
La fotografia di Donald McAlpine è dirompente: rende il fango di Dungatar dorato e trasforma ogni abito in un elemento di scena che comunica più di mille dialoghi. La capacità del film di passare da momenti di comicità slapstick ad altri di puro romanticismo (la chimica tra la Winslet e Liam Hemsworth è palpabile) non è un difetto, ma il suo più grande punto di forza. È un cinema vitale, fluido, che non ha paura di emozionare e di cambiare pelle, proprio come i personaggi che lo abitano.
Particolarmente brillante è la gestione del personaggio di Hugo Weaving: attraverso di lui, il film affronta temi di identità e liberazione con una leggerezza e una sensibilità rare, evitando ogni didascalismo. The Dressmaker è un inno alla resilienza femminile e alla creatività come arma di liberazione di massa.
In un panorama cinematografico spesso troppo prudente, il film della Moorhouse brilla per originalità e coraggio visivo. È una visione che riempie gli occhi e scalda il cuore, ricordandoci che la bellezza, quando è guidata dalla verità, può davvero radere al suolo l’ipocrisia. Un cult istantaneo che ogni vero amante della pellicola dovrebbe custodire in cineteca.
