Unicorni

Unicorni (2025) ITA di Michela Andreozzi


Lucio ed Elena sono genitori premurosi di Blu, un bambino di nove anni che manifesta una chiara varianza di genere, prediligendo abiti femminili e l’immaginario della Sirenetta. Sebbene i due si professino aperti e progressisti, limitano la libertà del figlio alle sole mura domestiche per timore del giudizio esterno. La crisi esplode quando Blu esige di partecipare alla recita scolastica con il costume dei suoi sogni, costringendo la coppia a intraprendere un percorso di analisi collettiva, guidato da una psicologa, insieme ad altre famiglie “unicorno”.


Il sesto lungometraggio di Michela Andreozzi si inserisce in quel filone della commedia civile che tenta di scardinare i tabù sociali attraverso il filtro della quotidianità familiare. Unicorni è un’opera che si può definire come misurata, un lavoro che, pur senza toccare vette di sperimentalismo linguistico o formale, ha il merito di portare sullo schermo una tematica complessa con una grazia non comune nel nostro panorama mainstream.

Sotto il profilo tecnico, la regia della Andreozzi sceglie una pulizia estetica rassicurante, quasi rassicurante, con una fotografia dai toni pastello che sembra voler abbracciare l’universo cromatico del piccolo Blu. Tuttavia, il vero cuore pulsante del film risiede nella gestione degli attori. Edoardo Pesce si conferma un interprete di grande duttilità: il suo Lucio non è un cattivo, ma un uomo vittima dei propri stessi pregiudizi intellettuali, capace di restituire con piccoli gesti e sguardi smarriti la fragilità di una mascolinità messa in discussione. Al suo fianco, la Lodovini offre una prova solida, pur muovendosi su binari interpretativi più consueti. Una nota di merito va al montaggio, che riesce a mantenere un ritmo vivace nonostante la struttura narrativa rischi talvolta di ripiegarsi su momenti eccessivamente esplicativi.

Il limite del film risiede forse in una scrittura che a tratti si fa eccessivamente programmatica. In certi passaggi, la sceneggiatura sembra voler istruire lo spettatore, trasformando il dialogo cinematografico in un momento di formazione teorica. Sebbene questa scelta possa apparire poco fluida per il cinefilo più esigente, è pur vero che la materia trattata beneficia di una chiarezza che evita pericolosi fraintendimenti. Non mancano momenti di ironia ben assestata, specialmente nei confronti degli estremismi opposti, incarnati con verve da un Lino Musella in ottima forma.

Unicorni è un film discreto, onesto e necessario. Non rivoluziona il linguaggio della settima arte, ma assolve al compito di stimolare un dibattito emotivo profondo, lasciando che sia la naturalezza del giovanissimo Daniele Scardini a vincere sulle sovrastrutture degli adulti. Un’opera che, nonostante qualche ingenuità didascalica, riesce a scaldare il cuore senza scivolare nel patetismo.

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