Tartarughe all’infinito
Tartarughe all’infinito (2024) USA di Hannah Marks
Aza, un’adolescente affetta da un DOC che le fa vivere ogni singola cellula del suo corpo come un potenziale campo di battaglia batterico, si ritrova a navigare le turbolente acque dell’adolescenza. Tra la ricerca di un miliardario scomparso per intascare la taglia, un nuovo-vecchio amore con il figlio del tizio misterioso, Davis, e l’amicizia inossidabile con la scapestrata Daisy, Aza deve fare i conti con i suoi demoni interiori. Un viaggio non solo alla ricerca del denaro, ma soprattutto alla scoperta di sé, tra ansie esistenziali e la difficoltà di un amore che vorrebbe sbocciare, ma si scontra con i muri invisibili della sua mente.
Ah, John Green! Il bardo delle angosce adolescenziali, quello che ha fatto versare lacrime a ettolitri e sognare amori epici pur se condannati. Dopo una carriera di lacrime e drammi per giovani cuori, ecco che arriva Tartarughe all’Infinito, l’ultima fatica cinematografica che ci riporta nel mondo tormentato dell’autore.
Il film, diretto dalla talentuosa Hannah Marks e scritto dalla coppia che ha firmato Love, Simon, ci sbatte in faccia la dura realtà di Aza, una ragazza con un disturbo ossessivo-compulsivo che la fa sentire come una matrioska di ansie e paranoie batteriche. Un trip mentale continuo, con l’audio design che ti spara dritta nel suo cervellino in ebollizione, tra stati d’animo pulsanti e il ronzio costante dei suoi pensieri intrusivi. Non c’è pietà, né compatimento, solo un crudo ma empatico ritratto di chi combatte una battaglia silenziosa ogni singolo giorno. E Isabela Merced, che interpreta Aza, ci regala una performance intensa.
Ma non è tutto un dramma esistenziale, eh! Ci sono anche le risate, le cene al volo da Applebee’s con i buoni sconto, le chiacchiere infinite sulle cotte e il rassicurante sottofondo degli Outkast che rullano dall’autoradio di Aza, incastrato sul CD di Stankonia. Un mix di sarcasmo e tenerezza che ti fa sentire a casa, anche se a volte la casa è un labirinto di ossessioni.
E parlando di amore, la relazione tra Aza e Davis è da cartolina (anche troppo). Certo, Felix Mallard, nel ruolo di Davis, fa del suo meglio, ma ammettiamolo, nessuno può eguagliare la scintilla che scocca tra Aza e la sua inseparabile amica Daisy. L’amicizia vera, quella che sopravvive a innamoramenti, delusioni e pure all’idea che ogni bacio sia un campo minato di microbi, è il vero cuore pulsante di questa pellicola. Daisy è l’antidoto perfetto all’ansia di Aza: sfrontata, spiritosa, un vero toccasana per la sua mente turbata. Attraverso gli occhi di Daisy, capiamo anche quanto possa essere difficile stare accanto a chi lotta con problemi di salute mentale, ma la loro amicizia è una forza inarrestabile.
Marks è riuscita a catturare quella magia un po’ surreale e un po’ malinconica che è il marchio di fabbrica di John Green. Tuttavia, non si può ignorare che, alla fine dei conti, siamo di fronte a un’altra infornata di quel buonismo smielato e di quei cliché adolescenziali che ormai sono la cifra stilistica del genere. Si cerca la lacrimuccia facile con la consueta insistenza sui drammi giovanili, infarcendo il tutto con una tale vagonata di buoni sentimenti che, a tratti, si rischia il diabete. Insomma, un dramma teen che non si sottrae alle sue abitudini, per la gioia di chi ama i fazzoletti e le carie.
