Otto ore non sono un giornmo

Il nostro parere

Otto ore non sono un giorno (1972-73) GER di Rainer Werner Fassbinder


La miniserie in cinque episodi “Otto ore non fanno un giorno” (Acht Stunden sind kein Tag), diretta dal giovanissimo Rainer Werner Fassbinder nel 1972, ci catapulta nella vita della famiglia Krüger-Epp, operai di Colonia. La trama si snoda attorno a Jochen, un operaio che, durante una missione per recuperare dello champagne per il compleanno dell’amata nonna, incontra la scoppiettante Marion. La ragazza, una volta entrata nella famiglia, si trova ad essere testimone delle loro gioie, dei loro drammi e, soprattutto, delle battaglie quotidiane tra lavoratori e dirigenti all’interno della fabbrica di Jochen. Una vera epopea di lotta e solidarietà.


Rainer Werner Fassbinder, un tipo che a soli 27 anni aveva già diretto un’infinità di roba tra corti e telefilm, si è buttato in questa avventura con “Otto ore non fanno un giorno”, la sua prima serie TV. E che serie, ragazzi! Non è la solita tiritera borghese che andava di moda all’epoca, qui si va a spulciare la vita vera degli operai, con le mani sporche e le giornate che sembrano non finire mai. E la cosa più sorprendente? È una serie ottimista. Sì, avete capito bene, Fassbinder ottimista! Ogni membro della famiglia, pur tra mille peripezie, riesce a cavarsela, che sia al lavoro o a casa. Una rarità nel suo universo cinematografico, solitamente tetro e disincantato. E non pensiate che abbia fatto le cose in piccolo: hanno speso un botto di soldi, 1.375.000 marchi tedeschi, e ci hanno messo ben 105 giorni per girare ‘sta roba. Mica pizza e fichi.

Il successo fu clamoroso, con punte del 60% di share in prima serata la domenica. Praticamente mezza Germania, e pure qualcuno dalla DDR, si incollava allo schermo. Fassbinder ha usato il genere della commedia drammatica come una specie di cavallo di Troia per ficcare dentro temi mica da ridere: la condizione operaia, l’emancipazione femminile, la terza età che non è mica una palla al piede, e pure le magagne dei servizi sociali per i bambini.

Non è che sia il solito polpettone da TV, anzi. Le riprese e la fotografia, per l’epoca, erano all’avanguardia, un uso sapiente della luce naturale e una regia che non ti fa perdere un colpo, tra campi lunghi che ti fanno sentire parte della scena e primi piani che ti fanno entrare nell’anima dei personaggi. Le scenografie poi, erano il top, ricostruzioni fedelissime degli ambienti operai, dalle case umili alle fabbriche fumose. Un vero tuffo nella Germania degli anni ’70. E il montaggio? Perfetto, dinamico, ti tiene incollato dall’inizio alla fine.

E veniamo al cast, una manna dal cielo. L’irresistibile Oma, interpretata dalla strabiliante Luise Ullrich, ti fa cadere dalla sedia quando presenta il suo nuovo flirt, Gregor, con un “Voilà Gregor, il mio innamorato”. È il simbolo di quell’umorismo inaspettato che ti strappa risate dove meno te l’aspetti. Ma la vera stella, quella che ti abbaglia, è Hanna Schygulla nei panni di Marion. Una forza della natura, un sex appeal che buca lo schermo, la musa per eccellenza di Fassbinder, presente in quasi metà dei suoi lavori. Insomma, un capolavoro a tutto tondo, che ti fa riflettere ma senza farti venire il mal di testa, e che ancora oggi ti insegna che la vita è molto più che solo lavoro. Un grido di battaglia contro l’ingiustizia, ma con il sorriso sulle labbra.

 

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