Una relazione passeggera
Una relazione passeggera (2022) FRA di Emmanuel Mouret
Charlotte e Simon, due anime sui quarant’anni, lei madre single e lui felicemente (?) accasato, decidono di intraprendere una liaison extraconiugale. L’accordo è chiaro: niente drammi, solo leggerezza e piacere puro, senza impegno. Un amore senza briglie, insomma. Ma si sa, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, e questo patto di non belligeranza sentimentale, che sembra uscito da un manuale del “perfetto traditore”, rischia di trasformarsi in qualcosa di inaspettato.
Emmanuel Mouret, il mago francese delle relazioni complicate, ci regala un’altra perla con “Una relazione passeggera”, o come i più irriverenti l’hanno già ribattezzato, “Scene da un matrimonio extra-coniugale”. Se l’idea di un film su una scappatella parigina ti fa sbadigliare, sappi che con Mouret dietro la macchina da presa, l’aria condizionata è inclusa e il rischio noia è nullo. Dimenticatevi i soliti cliché e preparatevi a un viaggio nella psiche umana, condito da una regia che strizza l’occhio ai grandi maestri.
Il film è un’ode all’evoluzione di Mouret, che qui si libera (parzialmente) dell’ombra di Éric Rohmer per abbracciare l’ironia tagliente di Woody Allen. Non si parla di scopiazzature, ma di omaggi raffinati che danno al film sapore. Sandrine Kiberlain, con la sua energia travolgente, fa il verso alla Diane Keaton dei tempi d’oro, mentre Vincent Macaigne, nel suo ruolo più “woodyalleniano” di sempre, ci fa sbellicare dalle risate con la sua goffaggine irresistibile.
La pellicola ci trascina nel turbine di incontri semi-clandestini, tra passeggiate nei parchi, visite ai musei e picnic bucolici. Le scene di sesso sono un tabù, ma il pillow talk che segue è un trionfo di parole, di frasi sussurrate e di confessioni inaspettate. La telecamera, come un vecchio amico complice, li segue passo passo, registrando ogni sfumatura di questa relazione “tra parentesi”. A volte si scivola nel kitsch, ma è un kitsch voluto, una critica sottile a quei cliché romantici da cartolina che Charlotte e Simon cercano disperatamente di evitare.
Ma non è tutto rose e fiori, perché Mouret, come un chirurgo dell’anima, incide a fondo. Il film gioca con i silenzi, con gli sguardi rubati, e con una regia che spesso riprende i personaggi di spalle, nascondendo le emozioni per suggerire che dietro l’apparente chiarezza delle parole si annidano segreti inconfessabili. E quando la “leggerezza” inizia a scricchiolare, il film si trasforma in un melodramma struggente, con una scena finale che ti stringe il cuore e ti lascia con un sorriso amaro. Perché, alla fine, che sia amore o una semplice liaison, la vita continua.
Certo, qualche dialogo di troppo c’è, e forse dieci minuti in meno avrebbero giovato al ritmo. Ma sono peccati veniali per un film che, nel suo insieme, è un’indagine profonda sul cuore umano, capace di mescolare sesso, amore e destino. La musica, un viaggio dalle canzoni di Serge Gainsbourg alle composizioni classiche di Mozart, accompagna la trasformazione emotiva dei protagonisti, passando da toni giocosi a melodie malinconiche che ci ricordano che sì, l’amore senza rischio non esiste.
E poi ci sono loro, Sandrine Kiberlain e Vincent Macaigne, due attori in stato di grazia. Lei, una delle migliori della sua generazione, rende credibile un personaggio complesso con naturalezza. Lui è perfetto nella sua strampalata ingenuità.
