Scomode verità

Il nostro parere

Scomode verità (2024) UK di Mike Leigh


Una donna, Pansy, è travolta dall’amarezza, la cui rabbia inespressa verso il marito Curtley e il figlio Moses si manifesta in un ossessivo bisogno di sterilità domestica e in esplosioni misantrope verso chiunque. La sua vita, un turbine di risentimento, si scontra con l’ottimismo vibrante della sorella Chantelle, in un contrasto che evidenzia la solitudine emotiva di Pansy. Il film, inizialmente una dark comedy alla “Curb Your Enthusiasm,” vira bruscamente verso un’analisi del trauma e del lutto quando un invito a visitare la tomba della madre la costringe a confrontarsi con il suo dolore irrisolto.


A ottantuno anni, Mike Leigh torna alla contemporaneità dopo le sue incursioni storiche, e lo fa con l’intensità febbrile e la saggezza antica che lo contraddistinguono, regalandoci un ritratto tragicomico di Pansy, un personaggio dalla vitalità quasi brutale, che con la sua aggressività retorica e sproporzionata incarna l’assioma che “chi soffre ferisce gli altri.”

Il film è una masterclass di mise-en-scène e cinéma-vérité stilizzato, reso possibile dalla ritrovata collaborazione con Marianne Jean-Baptiste (già in Segreti e bugie) e, soprattutto, dal Direttore della Fotografia Dick Pope. L’apporto di Pope è essenziale: le scelte visive di Leigh sono sempre state sottovalutate, ma qui la dualità tematica tra le due sorelle viene cristallizzata anche a livello cromatico e spaziale. La casa di Pansy è descritta come disturbantemente sterile, quasi clinica, un riflesso del suo isolamento mentale, contrapposta alle tonalità vibranti e caotiche dell’abitazione di Chantelle. Questa giustapposizione non è solo un semplice contrappunto narrativo, ma un commento tecnico sulla psicologia dei personaggi.

La prima metà sfrutta il timing comico scaturito dal suo lamento cosmico e dai suoi attacchi di rabbia. Ma è nel passaggio brusco al dramma – innescato dalla richiesta di visitare la tomba materna – che Leigh rivela la sua profondità. Jean-Baptiste scava in un pozzo emotivo silenzioso: Pansy, così loquace e urlante quando è arrabbiata, è incapace di articolare la propria tristezza. Questa reticenza emotiva, questa rabbia come unica valvola di sfogo per un lutto non elaborato, è il nucleo pulsante del film.

Leigh, un regista che rifugge l’artificio, non cerca facili risoluzioni. Il suo metodo, in cui gli attori e il regista lavorano per mesi per definire i personaggi, conferisce al risultato finale una specificità circostanziale integra, da autentico osservatore sociale. Pansy non è il nuovo Johnny di Naked con la sua vena filosofica, ma la sua lamentela che “tutti le chiedono di fare delle cose” ha una risonanza politica sottile ma onnicomprensiva.

Nonostante l’epilogo, intenzionalmente vago, non abbia la stessa forza conclusiva dei suoi lavori più riusciti (forse perché Leigh non è interessato a un “lieto fine” emotivo), l’opera resta un essenziale e stratificato studio sul trauma e sulla depressione. Mike Leigh non fa film sbagliati, e anche con Scomode verità si conferma una delle voci più necessarie e originali del cinema vivente.

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