Rental family – Nelle vite degli altri
Rental family – Nelle vite degli altri (2025) USA/JAP di Hikari
Phillip Vandarploueg è un attore statunitense di mezza età che, dopo un effimero successo commerciale a Tokyo, si ritrova bloccato in Giappone senza ingaggi e senza legami affettivi in patria. Spinto dalla necessità economica, accetta un impiego presso un’agenzia che affitta attori per interpretare ruoli sociali personalizzati, colmando artificialmente le solitudini dei clienti. Tra i vari incarichi, Phillip si ritrova a impersonare il padre ritrovato di un’undicesima bambina e un giornalista incaricato di celebrare un anziano interprete affetto da demenza. Il progressivo e inevitabile slittamento emotivo tra la recitazione professionale e i sentimenti reali minerà la stabilità delle messinscene, portando a galla nodi morali ed esistenziali di difficile risoluzione.
L’idea di mettere in scena i servizi di surrogati umani in terra nipponica non è una novità assoluta; la cinematografia recente ha spesso eletto il Giappone a suggestivo fondale per indagare la frammentazione dei rapporti contemporanei. Laddove però sguardi europei come quelli di Wim Wenders in Perfect Days hanno talvolta adoperato lo spazio asiatico come pura proiezione estetica o fuga solipsistica, l’opera di Hikari dimostra una differente sensibilità radicata in un retroterra transculturale. La regista sceglie di non assecondare l’immaginario crepuscolare e saturo di neon notturni che tanto attrae le produzioni occidentali, preferendo una limpidezza diurna che espone i corpi e i volti a una costante, quasi spietata visibilità. In questa cornice chiarificatrice si muove la fisicità imponente e malinconica di Brendan Fraser, il cui registro recitativo fluttua con naturalezza tra la rassegnazione e una sommessa autoironia, evocando la dolente solitudine del Bill Murray di Lost in Translation, sebbene priva del privilegio del successo borghese.
L’andamento del racconto si sviluppa lungo il crinale che separa la performance artistica dal bisogno terapeutico. Eppure, la scrittura di Hikari e Stephen Blahut preferisce smussare le asprezze del paradosso teorico per concentrarsi sulle ripercussioni quotidiane della menzogna. La macchina da presa si fa testimone di sequenze di dichiarata matrice hitchcockiana, in cui il protagonista osserva le finestre illuminate dei vicini come fossero schermi televisivi, a sottolineare una distanza ontologica dal consorzio umano che solo la finzione a pagamento riesce paradossalmente a colmare.
I limiti della pellicola emergono laddove la narrazione abbandona la bizzarria dei primi segmenti comici per addentrarsi in un territorio etico più scivoloso. Il legame tra il finto genitore e la bambina viene enfatizzato da una partitura musicale fin troppo didascalica e insistente, che sembra voler guidare lo spettatore verso una catarsi emotiva un po’ rassicurante. Questo indulgere nel sentimentalismo, che guarda quasi al cinema umanista di Frank Capra, rischia a tratti di edulcorare la complessità etica di una società che monetizza l’affetto per preservare le apparenze. L’opera abdica alla vertigine del fallimento preferendo una riconciliazione finale forse troppo levigata, ma preserva una sua dignità estetica grazie al rispetto rigoroso con cui tratta l’isolamento dei suoi personaggi, ricordandoci che la messinscena non è soltanto un inganno sociale, ma talvolta l’unico strumento rimasto per decifrare la verità dei propri sentimenti.
