L’erba del giardino è sempre più verde

Il nostro parere

L’erba del giardino è sempre più verde (1961) USA di Stanley Donen


L’Erba del Vicino è Sempre Più Verde (The Grass is Greener) è un film che si posiziona perfettamente nel periodo di transizione europeo di Stanley Donen — il regista dei fastosi musical hollywoodiani (Singin’ in the Rain) che qui opera una virata verso il sophisticated comedy di matrice britannica. Tratto dalla pièce teatrale di Hugh Williams e Margaret Vyner, il film eredita la sua struttura quasi da camera, basata su un cast ristretto (un sublime quartetto) e una scenografia essenziale, quasi interamente confinata agli opulenti interni di quel castello che è, di fatto, un personaggio silente e fondamentale.


La prima cosa che salta all’occhio del cinefilo è l’assoluta cura formale. La fotografia in Technicolor di Christopher Challis (già al lavoro con Donen) esalta il contrasto tra l’opulenza soffusa e tradizionale dell’aristocrazia inglese e l’irruenza cromatica (e morale) dell’America di Delacro. I costumi sono un autentico statement visivo: mentre Hardy Amies veste Kerr con un’eleganza pacata, il guardaroba di Jean Simmons, opera di Christian Dior, è una sinfonia di haute couture che riflette la sua esuberante e disinteressata partecipazione al dramma coniugale. Tecnicamente, l’uso sapiente del mise-en-scène serve a mitigare l’origine teatrale: Donen sfrutta angoli e movimenti di macchina per dare dinamismo ai dialoghi, sebbene il film non possa nascondere la sua natura elegante.

Il vero motore del film è l’alchimia attoriale. Cary Grant, pur ripetendo in parte il suo aplomb di dandy un po’ imbalsamato (un cliché che in questo contesto funziona come forma autoironica), duetta magnificamente con una Deborah Kerr che bilancia grazia e una sottile irrequietezza. Ma è l’incontro-scontro con Robert Mitchum a generare le scintille più interessanti. La loro unica collaborazione cinematografica è un gioco di opposti che si riflette nella trama: l’Earl Victor, ancorato a un codice d’onore che include la difesa del matrimonio con un (ridicolo) duello, contro Charles Delacro, l’uomo nuovo, diretto e disincantato.

Il film, con il suo tono leggero e salottiero, offre un divertente e raffinato esercizio sulla commedia di rimatrimonio (un genere caro a Grant). È un’opera che, pur non raggiungendo le vette satiriche di un Wilder o le invenzioni coreografiche dei suoi lavori precedenti, resta un godibile distillato di glamour e arguzia, un perfetto esempio di come l’alta società, anche in bancarotta, riesca a condurre le proprie crisi esistenziali con un bicchiere di gin e un cinismo di prim’ordine. La regia sottile di Donen esalta tutti questi elementi mescolandoli in una commedia di rara sapienza.

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