Per il mio bene

Il nostro parere

Per il mio bene (2024) ITA di Mimmo Verdesca


Un dramma familiare dalle tinte fosche, “Per il mio bene” catapulta lo spettatore nella vita di Giovanna, un’amministratrice delegata tutta d’un pezzo che si ritrova a fare i conti con un cancro al fegato. Mentre cerca un donatore compatibile, viene a galla un segreto di famiglia tenuto nascosto per anni: è stata adottata. Il film segue il suo disperato tentativo di ritrovare la madre biologica, un percorso che la porterà a confrontarsi non solo con la malattia ma anche con la sua stessa identità e il vero significato di “famiglia”.


Il primo approccio di Mimmo Verdesca, solitamente un mago del documentario, al cinema di finzione è un tentativo coraggioso di fondere il dramma intimo con un tocco di giallo familiare. La nostra protagonista, Giovanna, interpretata da una Barbora Bobulova che si cala nella parte con grande dedizione, è un personaggio granitico, una leonessa degli affari. La vediamo esordire in un tailleur che le sta a pennello, una leader nata, di quelle che non devono chiedere mai. Ma si sa, la vita è una gran bastarda e quando meno te lo aspetti ti presenta un conto salatissimo, magari sotto forma di un tumore al fegato che ti manda in mille pezzi l’esistenza. E qui, udite udite, arriva il colpo di scena che ribalta il tavolo: la nostra Giovanna scopre di essere stata adottata.

L’idea di partenza è decisamente affascinante. Un cancro che si trasforma in un’indagine sul passato, con la protagonista che si gioca la pelle per scoprire la verità. Peccato che, a tratti, la messa in scena non sia proprio un modello di spontaneità, sembra quasi di assistere a una recita teatrale dove si calca un po’ troppo la mano. Alcuni momenti, che dovrebbero strappare il cuore, finiscono per risultare un tantino costruiti, un dramma eccessivamente “caricato”. Anche il ritmo, diciamocelo, non sempre è un toccasana, con un primo atto che si trascina pigramente, nonostante l’urgenza della situazione. La fotografia è di una essenzialità quasi disarmante, e la colonna sonora si eclissa quasi completamente, lasciando un senso di vuoto che non sempre giova alla tensione narrativa.

Eppure, non è tutto da buttare in questo calderone emotivo. La Bobulova si conferma un’attrice di razza, e la sua Giovanna, pur con qualche inciampo nella sceneggiatura, resta un personaggio ben scolpito. La vera forza del film sta nel suo coraggio di esplorare le fragilità umane quando ci si trova di fronte a tragedie indescrivibili: dalla malattia che ti toglie il respiro, allo smarrimento della propria identità familiare che ti fa sentire un estraneo in casa tua. Il film, infatti, scava a fondo nel concetto di famiglia, mettendola sotto una lente d’ingrandimento e interrogandosi sul significato di maternità. Ci sono madri biologiche e madri “elettive”, un tema forse non originalissimo al cinema ma che qui trova nuova linfa. Giovanna stessa ha una figlia adolescente con cui il rapporto è tutt’altro che idilliaco, e si ritrova a dover capire cosa significhi essere madre, sia per gli altri che per se stessa.

Il viaggio di Giovanna è un vero e proprio calvario emotivo, ma un calvario necessario per la sua crescita personale. Tra segreti sussurrati e bugie raccontate a fin di bene, la vita le rovescia addosso una quantità considerevole di problemi, ma alla fine, qualche risposta arriva. C’è una rivelazione finale che, a dire il vero, non stupisce più di tanto, ma si apprezza per la sua sincera e cruda onestà. Insomma, “Per il mio bene” è un film un po’ particolare, con uno stile quasi documentaristico che a tratti è fin troppo minimalista. Ma, una volta che i titoli di coda scorrono, ti lascia lì, immobile, a rimuginare sulla spietata crudeltà del destino. Un film che, nonostante le sue imperfezioni, ha il pregio di far riflettere.

 

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *