Flow – Un mondo da salvare
Flow – Un mondo da salvare (2024) LET di Gints Zilbalodis
La fine del mondo, o almeno di quello che conoscevamo, è arrivata. Un diluvio universale ha sommerso le città, cancellando ogni traccia dell’umanità. In questo scenario post-apocalittico, un gatto nero, un po’ disorientato e solitario, si ritrova a vagare su una zattera improvvisata. Presto, al suo fianco, si aggiungono altri superstiti a quattro zampe: un capibara perennemente pigro, un labrador instancabile, un lémure con la fissa per gli oggetti luccicanti e un uccello dal portamento elegante. Insieme, questo improbabile equipaggio, cerca di farsi largo tra le acque, affidandosi l’uno all’altro per sopravvivere.
“Flow”, gioiellino d’animazione targato Lettonia, ha fatto tremare il suolo di Hollywood, portandosi a casa l’Oscar per il miglior film animato e lasciando a bocca aperta tutti i colossi del settore. Ma come diavolo hanno fatto? Basti pensare che la produzione di questo piccolo grande capolavoro è costata solo 3.5 milioni di euro (circa 3.7 milioni di dollari), una cifra ridicola se confrontata con i budget titanici di film come “Inside Out 2” (300 milioni) o “Il robot selvaggio” (78 milioni).
Non solo, dietro a “Flow” c’è un team di appena 45 persone, contro i mille e passa dipendenti che si muovono nei corridoi di Pixar e DreamWorks. Questa vittoria, per alcuni un vero e proprio miracolo, ha dimostrato che per fare grande cinema d’animazione non servono per forza eserciti di animatori o montagne di denaro. Anzi, a volte la creatività trova la sua massima espressione proprio quando deve fare di necessità virtù, trovando soluzioni ingegnose e strade inesplorate.
E di strada inesplorata in “Flow” ce n’è parecchia. Il film, totalmente privo di dialoghi, è una danza visiva che ti cattura fin dal primo istante. Nonostante l’assenza di parole, ogni personaggio ha una personalità ben definita, che si esprime attraverso i movimenti, gli sguardi e le interazioni. Il regista Gints Zilbalodis ha creato un universo dove il tempo sembra essersi fermato, ma l’azione non si ferma mai. La telecamera ti segue senza sosta, immergendoti in un mondo acquatico dove la natura si è ripresa il suo spazio, inghiottendo le nostre ambizioni e le nostre opere.
L’animazione, realizzata con il software open source Blender, è un vero e proprio spettacolo per gli occhi, a metà tra un quadro e la realtà. I dettagli della vegetazione, la texture dell’acqua, i giochi di luce, tutto contribuisce a creare un’atmosfera unica, mai vista prima. E, per fortuna, non c’è traccia di quel “iperrealismo” senz’anima che spesso si vede nelle produzioni americane. I personaggi di “Flow”, infatti, sono stilizzati e con un design grafico che li rende ancora più espressivi e affascinanti.
Certo, si potrebbe dire che il messaggio è un po’ scontato: se smettessimo di farci la guerra per ogni cosa e collaborassimo, il mondo sarebbe un posto migliore. Ma in un’epoca così divisa, dove ci si scontra su tutto, dalle ideologie politiche alle differenze culturali, una riflessione del genere non è mai banale, anzi. Ed è proprio negli animali di “Flow” che vediamo il riflesso di quello che potremmo essere, se solo ci sforzassimo di guardare oltre le nostre differenze.
Dimenticatevi i film d’animazione in cui gli animali cantano o fanno battute che citano la cultura pop. Qui il gatto, anche se ha imparato a nuotare per salvarsi la pelle, è pur sempre terrorizzato dall’acqua. E le dinamiche all’interno del gruppo sono realistiche, con l’uccello che si prende il ruolo di leader e gli altri che si mettono in fila. Ma è proprio la loro vulnerabilità e il loro coraggio, di fronte a un mondo che si disintegra, a renderli un faro di speranza in una realtà che sembra non averne più.
