Paura d’amare
Paura d’amare (1991) USA di Garry Marshall
In una caotica New York, Johnny, un cuoco appena uscito di prigione con un debole per l’amore e Shakespeare, trova lavoro in una tavola calda greca. Qui incontra Frankie, una cameriera bella ma schiva e disillusa. Johnny, inarrestabile ottimista romantico, decide subito che Frankie è la donna della sua vita, ma lei, scottata dalla vita e con qualche scheletro nell’armadio, non ha nessuna intenzione di cedere al suo corteggiamento insistente. Riuscirà l’amore a farsi strada tra cicatrici passate e un mare di eccentrici personaggi di contorno?
“Frankie & Johnny” è una commedia romantica che tenta di scaldare i cuori. L’intento, forse, era quello di rendere più digeribile una storia che nasceva su un palco teatrale, “Frankie and Johnny in the Clair de Lune” di Terrence McNally, dove i protagonisti erano ben lontani dagli stereotipi di bellezza hollywoodiana e le loro interazioni decisamente più abrasive. Garry Marshall, che un anno prima aveva sfornato il successone “Pretty Woman”, qui si dà da fare per ripulire ogni angolo, aspirare ogni granello di realtà e lucidare il tutto fino a renderlo un po’ troppo luccicante.
Al Pacino interpreta Johnny con il suo solito carisma, un uomo che ha imparato a leggere Shakespeare in prigione e che ora è un inno alla resilienza, convinto che la vita debba essere vissuta all’insegna della rincorsa all’amore. Dall’altra parte, Michelle Pfeiffer, nel pieno del suo splendore, si cala perfettamente nei panni di Frankie, una “working girl” che ne ha viste troppe, un mix di cinismo e buon cuore, con la postura di chi ha portato troppi piatti e un’aura di “bellezza sbiadita” che le calza a pennello. La sua interpretazione è talmente convincente che quasi ci si dimentica di quanto fosse una icona di bellezza.
La pellicola ci propina una galleria di personaggi di contorno che sembrano usciti da una sitcom, tutti con la funzione di spingere i nostri eroi verso il loro “e vissero felici e contenti”. C’è la cameriera con la voce lamentosa che sembra un troll sotto un ponte, quella “birbona” arrapata che punta subito Johnny, e il vicino gay interpretato da Nathan Lane, che è praticamente la versione sitcom della migliore amica della protagonista. In mezzo a questo circo di eccentrici, i nostri due si barcamenano tra bisticci e confessioni notturne alla radio, ognuno con il proprio bagaglio di traumi e segreti da svelare. Johnny non emette un suono durante il sesso, un trauma probabilmente legato alla prigione, e Frankie si trascina dietro un dolore che la rende restia a qualsiasi contatto umano.
Il film, pur con le sue imperfezioni, riesce a toccare corde vere quando affronta la solitudine e i traumi della gente comune in una grande città come New York. Sebbene a tratti sembri un po’ troppo leggero e auto-compiaciuto, in altri momenti si rivela sorprendentemente empatico e realistico. La tenacia di Johnny nel corteggiare Frankie, quasi al limite dello stalking secondo gli standard attuali, è un motore narrativo potente, che vuole sconfiggere quella auto-distruttiva negazione dell’amore che si è impossessata di Frankie. C’è una scena iconica, quasi surreale, in cui Johnny chiede a Frankie di poterla guardare nuda, e lei acconsente per soli 15 secondi. Lui la guarda negli occhi, lei distoglie lo sguardo, in un mix di vergogna e rassegnazione. È un momento che racchiude tutta la complessità del loro rapporto e che, forse, avrebbe meritato un finale meno zuccheroso.
