Manara

Il nostro parere

Manara (2025) ITA di Valentina Zanella


Diretto da Valentina Zanella per celebrare gli ottant’anni del Maestro, il documentario non è una semplice biografia lineare, ma un viaggio corale e “multimediale” nell’universo di Milo Manara. Attraverso un sapiente montaggio che alterna preziose immagini di repertorio – inclusi i viaggi in camper e gli incontri con Hugo Pratt – a nuove testimonianze di figure come Paolo Conte, Vincenzo Mollica ed Elodie, l’opera esplora la genesi delle sue icone femminili. Dal debutto negli anni Sessanta alla collaborazione simbiotica con Federico Fellini, il film indaga il valore politico dell’eros manariano fino alle sue recenti riflessioni sull’arte nell’era dell’Intelligenza Artificiale.


 C’è una profonda coerenza nel fatto che stiate leggendo questa recensione su Ifellini.com. Non solo perché il legame tra Milo Manara e il nostro amato Federico è stato uno dei sodalizi artistici più fertili del secolo scorso – un incontro tra due “bugiardi sinceri” che hanno ridisegnato l’immaginario onirico italiano – ma perché il documentario di Valentina Zanella riesce in un’impresa squisitamente cinematografica: dare movimento a ciò che è statico per natura.

Zanella, coadiuvata nella scrittura da Tito Faraci e Federico Fava, evita la trappola dell’agiografia polverosa. Manara (2025) è un film tecnicamente lucido, dove la macchina da presa accarezza le tavole con la stessa lentezza “ludica” con cui l’occhio del lettore percorre le curve delle protagoniste di Il Gioco o Il profumo dell’invisibile. Per il cinefilo attento, il vero godimento sta nel notare come il montaggio costruisca un dialogo serrato tra le arti: la musica di Paolo Conte e Nicola Piovani non è mero accompagnamento, ma diventa inchiostro sonoro che si fonde con il tratto a china.

Il cuore pulsante dell’opera, tuttavia, risiede nella sua indagine intellettuale. Il film smonta con garbo il cliché del “fumettista erotico” per restituirci la figura di un intellettuale politico. Sentir parlare Manara di Herbert Marcuse e della liberazione sessuale come atto rivoluzionario contro la mercificazione offre una chiave di lettura fondamentale: le sue donne non sono oggetti, ma soggetti attivi, sguardi che ci interrogano. È qui che il documentario vince: nel mostrare un ottantenne con lo spirito di un ventenne che, con un bicchiere di rosé in mano, difende la “genuinità” dell’errore umano e del desiderio contro la perfezione fredda degli algoritmi e dell’Intelligenza Artificiale.

Zanella firma un’opera necessaria, un raccordo anulare tra la cultura pop (rappresentata dalla presenza di Elodie) e l’alta cultura visiva (Tintoretto, Fellini, Pratt). Un film che ci ricorda come il disegno, quello vero, sia ancora il modo più onesto per mappare i paesaggi interiori dell’animo umano. Da vedere, rigorosamente, prima di riprendere in mano Viaggio a Tulum.

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