Eden
Eden (2024) USA di Ron Howard
Negli anni ’30, l’isola remota di Floreana, nelle Galápagos, diventa l’improbabile teatro di un esperimento sociale fallimentare basato su fatti reali. A sconvolgere il rigido eremitaggio nietzschiano del dr. Ritter e della compagna Dore, arrivano prima i borghesi Wittmer e successivamente l’eccentrica, manipolatrice Baronessa con il suo entourage. Tra utopie filosofiche inconciliabili, gelosie crescenti e la brutalità di una natura inospitale, la convivenza degenera in una lotta darwiniana per la sopravvivenza dove la civiltà lascia spazio agli istinti più primordiali.
C’è un paradosso affascinante nel nuovo lavoro di Ron Howard: un regista che per decenni ha incarnato la solidità rassicurante di Hollywood, si cimenta con una storia di sporcizia morale, denti estratti senza anestesia e isolamento psicotico. Il risultato è Eden, un “naufragio elegante” che galleggia a metà tra il thriller di sopravvivenza e il dramma da camera (se la camera fosse un vulcano spento).
La sceneggiatura di Noah Pink costruisce la narrazione con una logica quasi geometrica, assemblando i pezzi come in una partita a Tetris – citando una metafora interna alla produzione – dove ogni incastro aumenta la velocità verso il disastro. Howard applica alla lettera la legge di Čechov: se un fucile compare (o viene desiderato) nel primo atto, sparerà nel terzo. Tuttavia, il vero conflitto del film non è solo tra i coloni, ma tra i toni della pellicola stessa.
Abbiamo tre registri recitativi che collidono violentemente, quasi fossero generi cinematografici diversi. Jude Law, sdentato e fanatico, recita in un dramma esistenziale cupo; Ana de Armas, nei panni della Baronessa, sembra uscita da un camp esuberante in stile Vecchia Hollywood, una scarica elettrica di seduzione e pericolo che però talvolta scivola nella macchietta. A tenere insieme i pezzi, paradossalmente, è la “normalità” di Sydney Sweeney (Margret): la sua performance sottile, fatta di osservazione e resilienza silenziosa, funge da ancora emotiva per lo spettatore, offrendo l’unica evoluzione credibile in un mare di staticità ideologica.
Dal punto di vista tecnico, il film è una gioia per gli occhi, forse troppo. La fotografia di Mathias Herndl cattura la bellezza aspra delle Galápagos (ricostruite in Australia) con una pulizia formale impeccabile. E qui sta il tallone d’Achille dell’opera: la “sporcizia” è scenografica, mai viscerale. Le rocce vulcaniche e le iguane in decomposizione sono inquadrate con un’estetica da cartolina patinata che diluisce il senso di claustrofobia e disperazione. Laddove la regia avrebbe dovuto osare, lasciando che il sudore e la follia “macchiassero” l’obiettivo, Howard rimane un osservatore accademico, confezionando un inferno troppo ben illuminato.
Nota di merito alla colonna sonora di Hans Zimmer, che lavora ai fianchi dello spettatore insinuando quell’inquietudine che le immagini, talvolta troppo composte, faticano a trasmettere. Eden rimane un’opera tecnicamente ineccepibile e narrativamente curiosa, ma che lascia la sensazione di aver guardato la natura selvaggia attraverso un vetro di sicurezza: bellissimo, ma non si sente mai davvero il morso della fame.
