Il dono più prezioso

Il nostro parere

Il dono più prezioso (2024) FRA di Michel Hazanavicius


In una Polonia innevata e senza tempo, una povera coppia di boscaioli vive ai margini di una linea ferroviaria dove transitano incessanti treni carichi di “merce” umana. Un padre disperato, a bordo di uno di questi convogli diretti ad Auschwitz, lancia un fagotto nella neve nel tentativo estremo di salvare la propria prole. La donna, credendo si tratti di un dono divino, raccoglie la neonata, scatenando un conflitto morale e una trasformazione profonda nel marito, inizialmente ostile e imbevuto di propaganda antisemita, in un mondo che sembra aver smarrito ogni barlume di umanità.


Presentato quasi come un’appendice poetica, il film segna il ritorno di Hazanavicius alle sue radici di disegnatore, confermando la sua natura di camaleonte dello stile. Sebbene la narrazione segua i binari di una fiaba morale — con tanto di voce narrante postuma del monumentale Jean-Louis Trintignant — è sul piano puramente tecnico ed estetico che il film vibra di vita propria. L’animazione, sotto la direzione artistica di Julien Grande, evita deliberatamente il virtuosismo della CGI contemporanea per abbracciare un’estetica da graphic novel artigianale. La scelta di Hazanavicius di curare personalmente il character design si traduce in tavole che ricordano le incisioni su legno, dove il contrasto tra il bianco accecante della neve e il fumo nero delle locomotive diventa metafora visiva della lotta tra la vita e l’annientamento.

Il film fa un uso sapiente della profondità di campo: le foreste polacche non sono semplici sfondi, ma entità opprimenti che inghiottono i personaggi, mentre i primi piani cercano una luce calda, quasi da focolare, che contrasta con la palette cromatica iperborea degli esterni. La colonna sonora di Alexandre Desplat accompagna il racconto con eleganza, sebbene in alcuni passaggi rischi di saturare quel silenzio eloquente che Hazanavicius aveva così ben gestito nelle sue opere precedenti. Interessante è l’astrazione del male: la scelta di non nominare mai esplicitamente la parola “ebreo” eleva il racconto a parabola universale sui Giusti, pur rischiando una certa timidezza narrativa che il cinefilo più scafato potrebbe trovare perturbante. Nonostante un finale che cerca una sintesi forse troppo netta tra realismo atroce e speranza fiabesca, l’opera rimane un esperimento coraggioso che cerca di trovare il battito del cuore, muto e nascosto dalla paura, attraverso la purezza del disegno.

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