Una pallottola spuntata

Il nostro parere

Una pallottola spuntata (2025) USA di Akiva Schaffer


Frank Drebin Jr., erede della goffaggine letale del celebre padre, si ritrova a gestire una Los Angeles caotica tra una rapina in banca orchestrata dal viscido Sig Gustafson e un sospetto suicidio. Ad aiutarlo c’è il fido Ed Hocken Jr., mentre la fascinosa Beth Davenport lo trascina in un intrigo che coinvolge il magnate Richard Cane. Il piano criminale? Un dispositivo tecnologico capace di trasformare ogni smartphone in un segnale di follia collettiva. Tra inseguimenti improbabili e finti attentati, Drebin Jr. dovrà dimostrare che il distintivo non è l’unica cosa che brilla in famiglia.


Approcciare il reboot di un mostro sacro come The Naked Gun è sempre un esercizio di equilibrismo critico. Akiva Schaffer e il team dei Lonely Island tentano l’impresa impossibile: resuscitare lo spirito anarchico e demenziale dell’originale in un’epoca, il 2025, che sembra aver smarrito la grammatica della comicità pura. Il risultato, purtroppo, è un’opera che brilla per intenzioni ma fatica nella messa in scena, restando sospesa tra l’omaggio accorato e la stanchezza creativa.

Il problema principale non risiede nel cast, ma nella struttura. Se Liam Neeson è impeccabile nel prestare la sua iconica gravitas alle situazioni più assurde — dimostrando un tempismo comico che non sfigura accanto a quello di Leslie Nielsen — è la scrittura a risultare spesso “sfilacciata”. La sceneggiatura di Gregor e Mand accumula gag visive e calembour con una bulimia che sacrifica la precisione. Se nel capolavoro del 1988 ogni gag era un ingranaggio perfetto, qui assistiamo a una sequenza di sketch dal sapore quasi televisivo, dove la quantità cerca di compensare una qualità non sempre eccelsa.

Tecnicamente, la regia di Schaffer appare priva di quella “follia geometrica” che caratterizzava i fratelli Zucker; la fotografia è pulita, forse troppo, privando il film di quel sapore da noir polveroso che rendeva il contrasto comico ancora più stridente. Le sequenze d’azione, pur strizzando l’occhio a John Wick o Tenet, mancano di quel mordente satirico incisivo, risolvendosi in momenti che strappano un sorriso ma raramente una risata liberatoria.

Nonostante la buona prova di Pamela Anderson, capace di incarnare una femme fatale deliziosamente fuori tempo massimo, il film soffre di un ritmo altalenante. Gli 85 minuti di durata, pur essendo una scelta saggia per evitare la noia, trasmettono una sensazione di fretta, come se il materiale non avesse avuto il tempo di sedimentare. In definitiva, questo The Naked Gun è un’operazione simpatica ma “minore”, un proiettile che manca il centro del bersaglio, lasciandoci con il dubbio che certi miti del passato debbano restare, appunto, nel passato.

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