Primavera
Primavera (2025) ITA di Damiano Michieletto
Nella Venezia del 1716, l’Ospedale della Pietà è un microcosmo di clausura dove giovani orfane vengono istruite alla musica per finanziare l’istituto e adornare i salotti della nobiltà. Qui vive Cecilia, una talentuosa violinista il cui destino sembra segnato da un matrimonio combinato, finché l’arrivo di un nuovo maestro di cappella, il prete asmatico Antonio Vivaldi, non accende in lei il desiderio di ribellione. Attraverso le note del compositore, la ragazza cercherà di rintracciare le proprie origini e di rivendicare un’identità che vada oltre le grate e i veli imposti dalla società patriarcale del tempo.
Damiano Michieletto, che della scena operistica ha fatto il proprio regno, approda al lungometraggio con una sensibilità che evita accuratamente le secche del biopic didascalico per abbracciare un’estetica della sottrazione. Il film, che porta in sé l’eredità letteraria dello Stabat Mater di Tiziano Scarpa, si muove in una Venezia spogliata dai fasti carnevaleschi e restituita alla sua verità cromatica di pietre umide e interni angusti. La narrazione procede per ellissi e suggestioni, dove la macchina da presa di Daria D’Antonio esplora l’architettura dell’Ospedale non come un fondale storico, ma come un organismo vivo e soffocante. L’uso sapiente del chiaroscuro trasforma ogni inquadratura in una tela che ricorda la lezione di Canaletto filtrata da una malinconia moderna, rendendo tangibile il contrasto tra la luce divina della musica e le ombre umane della coercizione. La forza dell’opera risiede nel modo in cui Michieletto orchestra il rapporto tra suono e immagine. La colonna sonora, che attinge non solo alla celeberrima Primavera ma anche a gemme meno battute come l’oratorio Juditha triumphans, non funge mai da semplice commento sonoro. Al contrario, la musica nasce dal fango e dal respiro corto di Vivaldi, interpretato da un Michele Riondino che lavora su una recitazione introversa, quasi febbrile, restituendoci un artista prigioniero del proprio genio e delle convenzioni ecclesiastiche. Accanto a lui, Tecla Insolia offre una prova di straordinaria intensità interiore; i suoi sguardi, catturati in primi piani strettissimi, diventano il baricentro emotivo della pellicola, portando lo spettatore a percepire la tensione tra il desiderio di libertà e la violenza di un sistema che mercifica il talento femminile.
C’è una precisione quasi filologica nel mostrare come le “figlie della Pietà” dovessero suonare celate dietro grate o maschere, un’immagine potente che Michieletto trasforma in una riflessione sull’invisibilità dell’artista. La regia evita le facili soluzioni melodrammatiche, preferendo soffermarsi sulla matericità degli strumenti e sul sudore delle prove, rendendo la creazione artistica un atto fisico e politico. Nonostante una certa staticità che potrebbe mettere alla prova chi cerca il ritmo serrato del dramma in costume tradizionale, il film vince la sua sfida nel momento in cui sceglie di parlare dell’emancipazione attraverso la purezza del contrappunto. È una danza di anime solitarie che si incontrano sul ciglio di un pentagramma, un’opera che accarezza l’udito mentre scuote la coscienza, ricordandoci che la vera rivoluzione barocca non risiede nei fronzoli, ma nel coraggio di una nota che osa spezzare il silenzio.
