Incantesimo
Incantesimo (1938) USA di George Cukor
Johnny Case, un giovane uomo fattosi da sé e dotato di uno spirito libero, si innamora durante una vacanza della ricca Julia Seton. Una volta tornato in città per chiederne la mano, scopre con stupore l’immenso patrimonio della famiglia di lei, guidata da un patriarca austero e conservatore. Mentre Julia e il padre tentano di incanalare Johnny in una prestigiosa carriera finanziaria, lui rivela il desiderio di abbandonare il lavoro per godersi la vita finché è giovane. In questa frizione ideologica, Johnny trova un’alleata inaspettata in Linda, la sorella ribelle di Julia, l’unica capace di comprendere davvero il suo anelito di libertà.
George Cukor mette in scena una danza di spazi e ideali che trascende la semplice commedia sofisticata per farsi riflessione esistenziale. Il film utilizza la profondità di campo non come mero esercizio accademico, ma per sottolineare il distacco tra l’individuo e le strutture imponenti della upper class: spesso vediamo Cary Grant isolato in campi lunghi all’interno di stanze dai soffitti altissimi, quasi schiacciato da un’opulenza che appare monumentale e, al contempo, gelida. Questa spazialità oppressiva trova il suo contrappunto necessario nella stanza dei giochi, un ambiente dove la macchina da presa si fa più prossima, il montaggio più serrato e la luce più calda. È qui che il movimento dei corpi si libera, tra capriole e numeri circensi, trasformando la recitazione di Grant e della Hepburn in una coreografia cinetica che esprime una gioia infantile e sovversiva.
La scrittura di Donald Ogden Stewart e Sidney Buchman eleva il materiale originale di Philip Barry, infondendo nei dialoghi un sottotesto politico figlio del New Deal. La tensione narrativa non scaturisce da equivoci grossolani, ma da una divergenza di sguardi sul mondo: da un lato il culto del profitto rappresentato dal padre, dall’altro l’etica del tempo ritrovato di Johnny. Cukor gestisce i primi piani di Katharine Hepburn con una sensibilità rara, catturando quei micro-movimenti del volto che tradiscono la malinconia di una donna imprigionata in una prigione dorata. La transizione emotiva di Linda, che passa dal cinismo difensivo a una speranza luminosa, è resa attraverso un uso magistrale delle luci che ne ammorbidiscono i tratti man mano che si avvicina alla verità interiore del protagonista.
Cary Grant, dal canto suo, lavora su una recitazione fisica che bilancia perfettamente l’eleganza del dandy e l’irruenza dell’acrobata. La sua chimica con la Hepburn non è basata su una tensione erotica convenzionale, ma su una sorta di risonanza intellettuale e spirituale che rende il finale non solo una risoluzione romantica, ma un atto di liberazione filosofica. Anche la gestione dei comprimari, come il dolente e alcolizzato Ned interpretato da Lew Ayres, aggiunge una nota di gravitas che impedisce alla pellicola di scivolare nell’evasione pura. La narrazione procede con una fluidità tale da rendere invisibile l’artificio, avvolgendo lo spettatore in un’opera che, pur muovendosi tra tappeti lussuosi e argenteria, mantiene un cuore pulsante di autentica e democratica umanità.
