Lee Miller

Il nostro parere

Lee Miller (2023) USA di Ellen Kuras


Il film ripercorre la parabola esistenziale della fotografa statunitense, che allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale abbandona il jet set e la moda per farsi accreditare come corrispondente di guerra per Vogue. Insieme al collega David E. Scherman, intraprende un viaggio nel cuore di un’Europa devastata, documentando la liberazione della Francia fino all’orrore indicibile dei campi di concentramento. Il racconto si sviluppa attraverso la cornice di un’intervista tardiva negli anni Settanta, dove l’ormai anziana protagonista rievoca i fantasmi del proprio passato e le immagini rimaste impresse nella memoria collettiva.


L’esordio alla regia di Ellen Kuras si muove su un crinale scivoloso, dove la messinscena si fa carico di tradurre in cinema l’estetica surreale e poi drammaticamente realista della sua protagonista. La macchina da presa adotta una postura illuminante quando decide di inquadrare il volto di Kate Winslet riflesso nel pozzetto della sua fotocamera d’epoca; in quegli istanti, lo sguardo ribaltato dall’alto verso il basso stabilisce una connessione emotiva potente, catturando una magnetica e dolorosa vicinanza con i soggetti.

Kuras, forte di una sapiente sensibilità figurativa, lavora magnificamente sui contrasti di luce, passando dalla morbida e idilliaca solarità delle prime scene nel sud della Francia a una plumbea, desaturata e geometrica rigidità durante le sequenze ambientate nella Germania dell’anno zero. La composizione dell’inquadratura flirta costantemente con la ricostruzione fedele, quasi geometrica, di immagini storiche arcinote, eppure il film soffre di una certa frammentarietà drammaturgica.

La narrazione procede per blocchi episodici, una sequenza di accadimenti che si susseguono in modo lineare rischiando di lasciare in ombra l’introspezione psicologica. La sceneggiatura tenta di aggirare questa freddezza emotiva attraverso l’artificio della finta intervista condotta da un giovane reporter, un espediente strutturale che culmina in un colpo di scena finale che appare tuttavia macchinoso e tardivo rispetto al flusso principale.

Kate Winslet offre una performance solida, giocata su una recitazione trattenuta, ruvida, costantemente divisa tra una maschera di cinica determinazione e improvvisi crolli emotivi di fronte alle atrocità della storia, sebbene la sceneggiatura circoscriva l’azione degli ottimi comprimari a meri ruoli di contorno. È un’opera che palpita di un sincero fervore etico, un dramma biografico classico che trova la sua giustificazione estetica nella capacità di mostrare la nascita di uno sguardo nuovo sul mondo, pur rimanendo intrappolato nei codici più convenzionali del cinema hollywoodiano.

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