I Roses

Il nostro parere

I Roses (2025) USA di Jay Roach


Una coppia britannica, lui architetto e lei chef, unita da un’intesa fulminea e dialoghi al vetriolo, vede la propria vita a Mendocino, California, sconvolta dall’inversione dei ruoli. La carriera di lui crolla in modo catastrofico, mentre quella di lei decolla con successo. Con l’equilibrio narcisistico frantumato, i due si ritrovano in uno scontro per la custodia della lussuosa villa che lui aveva progettato, campo di battaglia legale e psicologico di una guerra coniugale fatta di rancori, meschinità e lotta per la propria identità.


Il tentativo di Jay Roach di riportare sullo schermo il corrosivo romanzo di Warren Adler, “The Roses,” si posiziona in un territorio scomodo, a metà tra l’omaggio deferente e il remake (non dichiarato) timido. La premessa è chiara: realizzare una black comedy sulla disintegrazione matrimoniale che non si spinga troppo in là, mantenendo i suoi protagonisti in una zona di “simpatia” che, purtroppo, ne smussa la letalità.

Il vero nodo tecnico del film risiede in un paradosso attoriale che finisce per minare il cuore narrativo: la troppa chimica tra i due protagonisti. Sono attori di calibro stellare, e la loro verve comica e fisica è così palpabile e genuina che lo spettatore si trova nell’impossibilità di credere che il loro matrimonio sia davvero irrecuperabile. Ogni insulto, ogni frecciata incrociata (brillantemente scritte da Tony McNamara, già autore di The Favourite e Poor Things, e riconoscibile per i suoi monologhi iper-analitici e le battute da seduta di terapia), sembra più un gioco erotico intellettuale che un affondo distruttivo.

Se il film originale del 1989 di Danny DeVito era fedele alla sua cattiveria fino al ghignante epilogo, questo nuovo tentativo si limita a giocare a fare il cattivo. La regia di Roach, noto per la sua versatilità (da Austin Powers a Trumbo), qui è inaspettatamente pedonale. La pellicola assume spesso la fisionomia di un pilot patinato di una serie HBO, anziché sfruttare il respiro e l’impatto che solo il grande schermo può offrire. Le composizioni sono corrette, ma l’assenza di un vero linguaggio filmico distintivo si fa sentire.

Un punto dolente notevole è l’uso a tratti disarmante delle needle-drops (le canzoni pop inserite in momenti chiave), spesso così didascaliche da risultare banali – l’utilizzo di “Love Hurts” nel pieno della spirale distruttiva matrimoniale è un esempio da manuale di scelta ovvia. Infine, va criticata la gestione dei personaggi secondari che, con la loro recitazione esagerata, stridono amaramente con l’umanizzazione profonda e complessa offerta dai protagonisti. La loro caricaturalità non fornisce il necessario contrasto comico, ma ruba invece sfumature preziose alla crudeltà insita nel genere.

I Roses ci offre due attori magnifici che si divertono un mondo a battibeccare, ma fallisce nell’essere una commedia nera efficace e audace. Non per mancanza di talento, ma per eccesso di “simpatia” e per una scelta registica che, pur non cedendo nel finale (che è grandioso, sebbene appartenente a un film diverso), non riesce a eguagliare il cinismo del suo illustre predecessore.

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